Letteratura

I primi documenti letterari in friulano sono collocabili tra la metà del Trecento e il primo Quattrocento. Affiorano dai risvolti di carte pratiche, in concomitanza all’impiego del friulano come lingua cancelleresca, ma non si possono considerare l’avvio di una tradizione letteraria. Se il Quattrocento tace, col secolo successivo si è di fronte a un fiorire di testi, e all’emergere di società letterarie in embrione.
Si distinguono i primi autori (Morlupino, Sini, Strassoldo), legati a filoni diversi o dalla personalità sfaccettata (Biancone, Donato). Il Seicento è dominato dalla Brigata udinese e dalla fervida ispirazione di Ermes di Colloredo, mentre scrive nel Seicento anche Eusebio Stella, autonomo per varietà di lingua e per contenuti.
Tra Sei e Settecento, accanto ai continuatori del Colloredo, si dilata la produzione del Friuli a margine, e Gorizia vi concorre con Gio Maria Marussig, Gian Giuseppe Bosizio, Marzio di Strassoldo.

Nell’Ottocento ha grande influenza la figura di Pietro Zorutti, considerato a lungo il poeta friulano per eccellenza, la cui produzione scaturisce da una vena facile, che sceglie il friulano centrale come strumento per raggiungere un vasto pubblico. Avanzano in questo secolo gli studi sul friulano, il suo patrimonio lessicale e documentario, mentre si esprime la prima significativa voce femminile, Caterina Percoto. Dallo scorcio dell’Ottocento la scarna carrellata non è più percorribile. Si moltiplicano infatti le voci, ma soprattutto si va incontro a uno svecchiamento della tradizione letteraria, che aggancia la scrittura in friulano agli apporti moderni. Fautore del friulano come strumento ‘intatto’ a colloquio con le letterature europee, è Pier Paolo Pasolini, nel secondo dopoguerra, a definire la cesura con Zorutti o lo ‘zoruttismo’, mentre è già aperta la strada a espressioni inquiete e corpose.

Le origini

Il nascere di una letteratura si intreccia con tanti fattori. Seguire rapidamente il complesso ordito di lingua e società, contesti storici e modelli culturali che si nascondono dietro ai documenti, agli autori e alle loro poetiche, presenta indubbiamente dei limiti. Tuttavia è possibile, anche per il friulano e la sua letteratura, seguire il filo che, ora lento e rado, ora fitto e rapido, si compone per regalarci una tela variegata, con sue caratteristiche e originalità. I primi testi letterari friulani si collocano tra la seconda metà del Trecento e il primo Quattrocento. In questo periodo anche l’impiego dell’idioma locale nelle scritture pratiche è intenso. Ma è una fortuna rapida e improvvisa. Il friulano come lingua d’uso o ‘cancelleresca’ viene presto soppiantato e la sua presenza si dissolve, fino a scomparire, agli inizi del Cinquecento. Frammenti si hanno però in documenti più antichi, come traccia lasciata trapelare sotto la ‘maschera’ del latino, o come «brandelli» del friulano primitivo, «gocce della fiumana di parole che pronunciarono gli uomini di quel tempo» (Cantarutti). Rotoli censuali, carte contabili, note amministrative e quaderni di camerari, sono il luogo in cui il friulano si trova scritto, inizialmente in modo inatteso, a volte solo in nomi di luogo o persona, più tardi, come negli elenchi delle confraternite, con brevi frasi compiute.

Nella cornice di Cividale, dove nel corso del Trecento sono chiamati ad insegnare diritto i maestri dello Studio di Padova e dove fiorisce una interessante Schola notariorum, tra gli scampoli dell’attività didattica ritroviamo un manipolo di esercizi di versione dal friulano al latino, che ci restituiscono, attraverso una lingua che non è proprio lo specchio fedele della parlata viva, efficaci quadri del tempo e importanti informazioni linguistiche. Questi documenti, dalle prime attestazioni duecentesche fino alle più ricche scritture che si hanno dopo il 1350, disegnano una geografia relativamente fitta, ma lasciano anche molte zone in ombra, visto che sono conservati nei centri principali in cui si sviluppa la vita culturale del patriarcato. Cividale, l’antica Forum Iulii, sede del Ducato longobardo e del primo patriarcato, detiene a lungo una sorta di primato nel restituire i testi delle origini. Nel periodo del patriarcato ghibellino (1077-1250), durante il quale i patriarchi, la nobiltà feudale e gli uomini d’arme sono di origine germanica, la sua corte e i modelli linguistici e letterari che importa ci ricordano che il Friuli medievale è un Friuli plurilingue. Accanto al latino si pone infatti, come lingua ‘alta’ o ufficiale, il tedesco. In seguito, con i nuovi patriarchi non più d’oltralpe, la regione si apre alle influenze provenienti dalla penisola: provenzali, tosco-venete o ‘italianeggianti’.

È da questi secoli che ci giungono i primi testi poetici in friulano. Sono però componimenti isolati e occasionali che, per la loro estemporaneità e per la non facile collocazione temporale, non permettono di fissare il punto da cui si svolge la letteratura friulana. Come scrive Pellegrini, «lo stesso quadro culturale, la storia dell’attività letteraria, delle sue forme e dei suoi destinatari, per la gracilità e la dispersione delle prove recuperabili, resta nell’ombra». Da attribuire al notaio Antonio Porenzoni, e riportata sul verso di un atto notarile del 1380, la ballata Piruç myo doç inculurit, scritta in cividalese antico, con le caratteristiche uscite in -o del femminile (manaço ‘minaccia’), è un esempio colto di lirica cortese, e ne manifesta i caratteri nel lessico ricercato: Piruç myo doç inculurit, quant yo chi vyot, dut stoy ardit. Per vo mi ven tant ardiment e si furç soy di grant vigor ch’yo no crot fa dipartiment may del to doç lial amor per manaço ni per timor, çi chu vul si metto a strit. [...] [Piruç mio dolce colorito, / quando io ti vedo, tutto sto ardito. // Per voi mi viene tanto ardimento / e così fortemente sono di gran vigore / che io non credo di allontanarmi / mai dal tuo dolce leale amore / né per minaccia né per timore, / chiunque voglia si metta a contesa] (Traduzione di R. Pellegrini. Per Piruç si hanno diverse spiegazioni). Di ambito cividalese è anche il contrasto amoroso Biello dumnlo di valor (dumnlo, sta per ‘donna’, sempre con la finale tipica), posteriore alla datazione del quaderno del notaio Simone di Vittore da Feltre sulla cui copertina si trova annotato (1416), e forse parte di un repertorio giullaresco. Da assegnare con maggiore sicurezza alla trasmissione orale, per i notevoli guasti che il testo presenta, è un altro contrasto amoroso, il cosiddetto Soneto furlan (E là four del nuestri chiamp), anonimo e di cronologia incerta, che, sia per l’argomento piuttosto licenzioso, sia per le difficoltà di lettura è stato pubblicato solo a metà del secolo scorso.

Il Cinquecento

A parte uno scongiuro contro il lupo e una frottola attribuita al cividalese Nicolò de Portis (con alcuni fenomeni ancora caratteristici come il femminile in -o), il Quattrocento è silenzioso per quanto riguarda le prove letterarie. A fine secolo Pietro Capretto per il volgarizzamento delle Constitutioni de la Patria del Frivoli, diretta «a li populi furlani» sceglie la «lengua trivisana» e questo fatto può rappresentare la chiusura del respiro dato al friulano, pur nel registro umile delle scritture amministrative. Il Cinquecento si apre con problematiche nuove, come sono nuove le condizioni storiche e difficili gli eventi che coinvolgono la penisola. Passato ormai sotto il governo della Repubblica Veneta, il Friuli riflette la questione della lingua italiana, che ha portato all’accettazione del toscano illustre come volgare adatto alla comunicazione letteraria, partecipa alla diffusione del modello di poesia petrarchesco, e soprattutto ci rimanda un quadro mutato per quanto riguarda l’uso scritto del friulano. Esso scompare dalle carte pratiche, la cui lingua si orienta verso un volgare di tipo italiano, ma emerge «con una ricca fioritura di esercizi metrici» nella poesia (Pellegrini).

Al Cinquecento appartengono numerosi testi che sembrano avere posto in una sorta di nucleo di società letteraria, che pone al centro Udine e le relazioni che attorno ad essa si intrecciano, ovvero in piccole società letterarie, legate da un orizzonte in cui i versi hanno una loro circolazione e rispondono al gusto di una comunità di lettori e scrittori. A parte un canzoniere anonimo del 1513, composto con le tonalità diffamatorie dello chiarivari, ossia della satira alle spese di una coppia di sposi non ‘canonica’ (il marito maturo e la sposa giovane), i componimenti cinquecenteschi superstiti, abbondanti, ma ancora occasionali e spesso anonimi, sono per lo più da assegnare alla seconda metà del secolo. Seguono le ragioni dell’intrattenimento e portano il friulano nel solco delle reazioni al prestigio del toscano. I versi si pongono al servizio della comicità e del divertimento, ma gli autori che ci sono noti danno l’idea di un panorama movimentato. Pur adeguandosi in parte a un tipo di friulano centrale, o comunque ‘livellato’, essi appartengono ad aree marginali rispetto a Udine.

Il notaio di Venzone Nicolò Morlupino (attivo tra il 1528 e il 1571), il sandanielese Girolamo Sini (1529-1602), e Girolamo Biancone da Tolmezzo (dagli «incerti estremi anagrafici» come riferito da Pellegrini), sono noti per i loro elogi del friulano. Chel vuarp chu za chiantà chun grech latin (Quel cieco che già cantò in lingua greca) è il celebre componimento del Morlupino in difesa del poetare in friulano (Jo sarès un menchion / A favellâ e no jessi intindut / Dentre de ville là ch’io soi nassut, «Io sarei un minchione / a parlare e non essere inteso / nel paese dove sono nato», Pellegrini), nel quale la presa di posizione a favore dell’idioma locale, contro la prevaricazione di altri codici, corrisponde però a una scelta stilistica, più che a un’ideologia. Ha a cuore soprattutto la varietà e i rapporti liberi tra le lingue In laude de lenghe furlane di Girolamo Sini (A par che al Mont cui chu scrif in rime / Al sei tignut a falu par Toscan [...] Iò l’hai par un abùs, parcè ch’un stime / Chu chel cil sool seij rich e vebi a man / Dut chel di biel chu chiaat in cur human, «Pare al mondo che chi scrive in rima / sia tenuto a farlo in toscano [...] Io lo ritengo un abuso, perché si crede / che quel cielo soltanto sia ricco e abbia a mano / tutto il bello che cade in cuore umano»), mentre una superiorità del friulano sembra annunciata da Girolamo Biancone nel sonetto, con la sua lunghissima coda, Furlans, voo havees lu vant in plan e in mon(t). Da Biancone il friulano è qui ritenuto lingua adatta alla ‘facezia’, al gioco di società, ma ciò non è da leggere in termini riduttivi. È proprio questo autore infatti ad adattare tale lingua per la prima volta, nei suoi sonetti e nelle sue ottave, a contenuti e toni alti, a una «religiosità pensosa» e a «un’espressione intima e dolente» (Cantarutti). Il registro sostenuto non ha cadute, particolare che risalta anche nelle traduzioni, come in questo sonetto mutuato da Petrarca che ambisce non a copiare, né tanto meno a contaminare o stravolgere, ma a rifare il modello: Io no pues vivi in paas e non hai vuere, e tremi in miez dal cuur duquant glazaat. Trop alt io monti e no mi moof di tiare. Du’l mont è mio e sì non hai dal flaat. […] [Non posso vivere in pace e non ho guerra, / e tremo in mezzo al cuore tutto gelato. / Troppo in alto salgo e non mi muovo da terra. / Tutto il mondo è mio e non ho fiato] (Traduzione di R. Pellegrini). Altri due autori vanno segnalati per il Cinquecento. Non è molto ampio il canzoniere del goriziano Giuseppe Strassoldo (nato a Strassoldo intorno al 1520 e vicario alla Beligna), che scrive versi d’amore mutuando note auliche, per le quali a torto è stato definito ‘petrarchista’. Fuori dal coro si pone Giovan Battista Donato, veneziano di nascita ma friulano di adozione, vissuto tra Gruaro e Porto. Il Donato si distanzia innanzitutto da coloro che elogiano il friulano (difende invece le varietà marginali rispetto al friulano centrale), ed è caratterizzato da una grande libertà nell’adozione di codici diversi, da uno scoppiettante gioco plurilingue in parte suggerito dall’ambiente veneziano. La sua lingua poetica fonde tratti friulani occidentali e centrali o adotta con vivace aderenza microvarietà. Di particolare interesse è anche la prosa (il Testamint di barba Pisul Stentadizza), esempio senza precedenti di ricchezza lessicale e invenzione sintattica. Per Pellegrini quella del Donato è una «personalità effervescente, ma anche dispersiva», e in ciò si può trovare la ragione «del mancato coagulo di un friulano letterario nella destra del Tagliamento». Se Donato e Biancone chiedono di essere esaminati attentamente per la loro spiccata personalità, accanto ai componimenti d’autore che esaltano la dignità e l’uso del friulano, al Cinquecento vanno assegnati anche molti versi anonimi. Probabilmente della seconda metà del secolo è la traduzione, o meglio il travestimento parodistico, dell’Orlando furioso (primo canto, trasmesso da due manoscritti non autografi conservati rispettivamente alla Biblioteca apostolica vaticana e alla Biblioteca civica udinese, e parte del secondo canto, le cui ottave sono trasmesse da copia settecentesca). Questa traduzione è legata a una strategia nota della ‘letteratura dialettale riflessa’, che presenta testi classici in veste stravolta, ben distante dall’originale, e li infarcisce con particolari del basso corporeo. Il confronto con l’originale può dare l’idea di questa operazione, che non ha un pubblico popolare, ma un destinatario colto, capace di cogliere l’elemento dissacrante. Il friulano non esce dai binari di un uso burlesco, a fini diversivi. Glis polzettis, gl’infangh, gl’amors, glis armis, glis balfueriis, plases e i grangh rumors chu for dal timp ch’al cuul haver lis tarmis e ziir cerchiant chui chu grattas iu Mors [...] [Le ragazze, i giovani, gli amori, le armi, / le bravate, le cortesie e i grandi rumori / che furono al tempo che i mori ebbero le tignole al sedere / e andarono in cerca di chi li grattasse] (Traduzione di R. Pellegrini) Originale: Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto [...] All’altezza della battaglia di Lepanto (1571), nell’esultanza per la vittoria sui turchi, le raccolte celebrative, che esaltano Venezia e insultano l’infedele sconfitto, accolgono con dovizia versi in lingua locale, trasmessi sia dalle stampe che dai manoscritti. È in questo contesto che viene per la prima volta «alla ribalta della cronaca letteraria friulana» la partecipazione popolare, con la rivendicazione di uno di questi testi da parte «d’un mestri sartoor / Zuan dal Toos» (un sarto, dunque).

Il Seicento barocco e il Settecento

Il Seicento è il secolo delle accademie e del barocco. In letteratura si esprime la poetica della meraviglia e dell’ingegno, della ricerca dello stupore attraverso complicate costruzioni sintattiche e argute metafore. A Udine, il gusto di riunirsi in società letterarie si manifesta nella Brigata udinese, sodalizio poetico i cui componenti (tre notai, un pittore, un magistrato, due sacerdoti, un avvocato) si danno i curiosi pseudonimi di Lambin (Girolamo Missio), Mitit (Brunello Brunelleschi), Nator (Daniello Sforza), Ritit (Giovanni Pietro Fabiaro), Ritur (Francesco di Cucagna), Rumtot (Gasparo Scarabello), Ruptum (Plutarco Sporeno), Turus (Paolo Fistulario). Da un primo nucleo formato da Turus, Lambin, Rumtot il gruppo si allarga agli altri membri, ma è Turus- Fistulario a trascrivere i componimenti della brigata su un manoscritto conservato, ora in non buone condizioni, presso la Biblioteca civica di Udine. I temi sono legati allo scambio di rime tra i poeti e a versi d’occasione. Prevale l’argomento amoroso e la vena scherzosa, con una tendenza a porre l’accento, fino ad esasperarla, sulla abilità tecnica, sul gioco di metafore sorprendenti. Ma ciò che conta è la sperimentazione, «a tutto campo» (Pellegrini).

Nella traduzione dei versi 57- 72 del quarto canto e 7-51 del quinto canto del Furioso, Paolo Fistulario non cerca la parodia o il rifacimento ridicolo, tenta invece di aderire al modello, rendendolo senza tradimenti, piegando il friulano al registro elevato. Così è per i quattro sonetti «Di Turus si chu chel dal Petrarchie», alla maniera di Petrarca, di cui si può vedere un inizio a confronto. Svergonzantmi ben spes ch’ anchimò io tasi, signore Stelle, lis vuestris belezzis, io pensi al timp ch’Amor chu lis soos frezzis fazè sì chu niun’altre al mont mi plasi. […] [Vergognandomi spesso di tacere ancora, / signora Stella, le vostre bellezze, / io penso al tempo in cui Amore con le sue frecce / fece sì che nessun’altra al mondo mi piacesse] (Traduzione di V. Joppi) Originale: Vergognando talor ch’ancor si taccia, donna, per me vostra bellezza in rima, ricorro al tempo ch’i’ vi vidi prima, tal che null’altra fia mai che mi piaccia. […] Pur con evidenti scarti, è il sistema delle equivalenze a fornire la misura dell’abilità retorica e la novità è colta sul piano linguistico. Il corpus della brigata (224 poesie di cui una quarantina edite) merita una lettura appropriata non solo per l’alternarsi dei toni, ma anche per le tante informazioni lessicali e linguistiche, e per i particolari inediti che ci regala sul contesto in cui gli autori vissero. Esempio ‘classico’ tratto dal canzoniere, sempre opera di Fistulario, è Lu zuuch dal biel floor (Gioco del bel fiore, da Ariosto), poemetto dedicato a Mitit- Brunelleschi che disegna, attraverso un passatempo di società tra ragazzi e ragazze, con tratti vivaci e interessanti spunti per la storia della lingua, l’ambiente udinese. Udine nella prima metà del secolo documenta in questo modo un dialogo letterario che ci è giunto grazie all’opera e probabilmente al ruolo di Fistulario, dialogo per il quale la cerchia dello scambio sembra ristretta alla città.
A Spilimbergo va diffondendosi invece clandestinamente l’opera di Eusebio Stella (1610-1671) che, forse grazie anche al circuito chiuso, si permette un linguaggio molto realistico e disinibito, che investe in particolare la sfera sessuale.
Non va dimenticato che nel Seicento è attivo il controllo della Controriforma, col lungo elenco dei libri proibiti e la loro lettura sotterranea. I componimenti dello Stella, quasi trecento testi raccolti in un codice autografo conservato presso la Biblioteca civica di Udine, presentano una grande varietà di argomenti, che vanno dall’encomio allo scherzo, con accento però sul racconto licenzioso, e manifestano un ingegno versatile, oltre che una spregiudicatezza senza precedenti.

Questi caratteri hanno posto Eusebio Stella, nella seconda metà del Novecento, tra i più interessanti poeti friulani, ma il Seicento è dominato dalla figura di Ermes di Colloredo, che riceve nel suo tempo indiscussi consensi e successi, tanto da meritare una circolazione manoscritta e una fortuna critica del tutto nuove nella letteratura in friulano. Nato nel castello di Colloredo di Montalbano da nobile famiglia, il poeta trascorre gli anni dell’adolescenza (1637-1644) come paggio a Firenze. È poi uomo d’armi in Germania e in Dalmazia, e per un periodo alla corte di Vienna, ma rinuncia presto sia alla vita militare che a quella cortigiana preferendo la tranquillità della dimora di Gorizzo presso Codroipo, dove compone versi per un coro di amici (e per l’amata Polimia). Considerato il «padre della letteratura friulana» a cui dà «piena coscienza delle sue capacità artistiche» (Chiurlo), il Colloredo è autore di grande forza espressiva e di ricca ispirazione, e spazia con libertà dal genere serio, al burlesco, alla critica dei costumi. Il secolo successivo, consegnando un gran numero di copie manoscritte non autografe dei suoi versi, lo consacra come canone, modello di lingua e di gusto, distanziandolo dal Seicento barocco, di cui, pur con originalità, rispecchia alcuni temi: Chel tic e toc, cu conte ogni moment ju pass, che il timp misure in nestri dan, e veloz trapassand dal mes a l’an, cun chei pass nus condûs al monument. Polimie, pense pur, che a chel concent anchie i flors dal to volt e spariran, e ad onte dal to fast prest finiran la to crudel beltat e il miò torment. [...] [Quel tic e toc, che conta ogni momento / i passi che il tempo misura a nostro danno, / e passando velocemente dal mese all’anno / con quei passi ci conduce alla tomba. / Polimia, pensa pure, che a quel concento / anche i fiori spariranno dal tuo volto, / e ad onta del tuo splendore finiranno presto / la tua crudele bellezza e il mio tormento] La trasmissione degli scritti, l’uso di un friulano che si avvicina a quello che noi oggi definiamo koinè, contribuiscono a fissare le caratteristiche del friulano letterario, che, a partire dal Colloredo, si assesta su forme centrali. L’edizione dei suoi scritti proposta nel 1785 (Udine, Murero) ha un’importanza decisiva. Pur non creando una vera e propria tradizione, a cavallo dei due secoli l’eredità del Colloredo sarà presente in alcune voci che proseguono i filoni esplorati, ma soprattutto si adeguano alla koinè. I nomi sono quelli di Antonio Dragoni (1632-1702), Giusto Fontanini (1666-1736), antologizzato con un sonetto che ricalca il filone burlesco (A di un plevan ch’al veve la massarie brutte), Bernardino Cancianini (1690?-1770), e il cividalese Gabriele Paciani (1712-1793). Mentre si va consolidando il riferimento unitario, forse per reazione o per maturità propria, tra Sei e Settecento si fanno però sentire con nuova ricchezza anche le varietà marginali. A imporsi è l’area goriziana, dove si colloca l’opera di Gio Maria Marussig (1641-1712), Gian Giuseppe Bosizio (1660-1743) e Marzio di Strassoldo (1736- 1797). In Marussig è straordinaria l’attenzione per la cronaca, e in specie per il dato macabro, come vuole il Seicento, ma sviluppato con personalità (si vedano Le morti violenti o subitane successe in Goritia o suo distretto, descrizione di oltre duecento morti improvvise avvenute tra il 1641 e il 1704, dove i versi sono completati e a volte fungono da semplice supporto a disegni di grande efficacia). Bosizio è autore di impegnative traduzioni da Virgilio, che interessano per motivi divergenti. Della versione delle Bucoliche non si sa nulla. Manoscritta (fino al 1857) è La Georgica di Virgili tradotta in viars furlans, mentre esce a Gorizia nel 1775 La Eneide di Virgili tradotta in viars furlans berneschs. Se le Georgiche perseguono l’equivalenza col latino, seppure sempre nel variare del metro adottato, e sono di particolare rilievo per la ricchezza lessicale legata alla profusione di terminologia tecnica contadina, l’Eneide denuncia invece già dal titolo la prospettiva deformante, ‘bernesca’. Gli esametri sono resi in ottave di endecasillabi, che, pur seguendo da vicino il modello, immettono ampi tasselli di comicità, dilatando oltre misura gli spunti tematici o inserendo informazioni del tutto anacronistiche.
Nel Settecento, alcuni testi manoscritti e a stampa provengono ancora dal Friuli occidentale e dalla Carnia, dove sono documentate una predica scherzosa e una parodia di testamento, ma sono scarsi i versi. Con tutto ciò non si può dire che il secolo sia particolarmente fervido. Resta l’importanza delle pubblicazioni a stampa degli ultimi decenni (e di diversa provenienza: centrale, Colloredo, goriziana, Bosizio), mentre negli ambienti colti si medita sui caratteri della lingua e dai pulpiti si diffonde la predicazione in friulano.

L’Ottocento

Tra Sette e Ottocento percorre le sagre paesane (da Campoformido a Udine, spingendosi fino a Gorizia) una singolare figura di poeta contadino, Florindo Mariuzza. Con l’accompagnamento del fratello Secondo e l’ausilio di chitarra e mandolino i suoi componimenti adattano alla piazza il repertorio amoroso e scherzoso, tanto da essere considerato una «sorta di cantautore ante litteram» (Kersevan). I suoi versi, che giocano con i ritmi caratteristici della lingua, entrano a far parte del patrimonio popolare, ma Mariuzza rinvia anche, per ideologia del divertimento e del disimpegno, a colui che nell’Ottocento sarà considerato il poeta per eccellenza: Pietro Zorutti.

Con Zorutti ha un notevole riscontro il genere dell’almanacco o lunario, libretto tascabile in cui compaiono, accanto alle indicazioni calendariali, pronostici e intermezzi in rima. Originario del Friuli orientale (nasce a Lonzano del Collio nel 1792), Zorutti vive a Udine, dove lavora come impiegato presso l’intendenza di finanza austriaca, trascorrendo poi il tempo concesso nella tenuta di Bolzano di San Giovanni al Natisone. Il suo «Strolic» compare nel 1821 e uscirà, con una breve pausa, fino al 1867, anno della morte. Su questo periodico (un genere che comporta ripetitività e un rapporto continuativo col pubblico) è edita gran parte della sua produzione, scaturita da una vena generosissima, che gli fa guadagnare il titolo di poeta friulano più popolare dell’Ottocento, ma che è anche all’origine di successivi giudizi molto severi sulla sua opera. La sua poesia spazia dall’idillio naturalistico-sentimentale, al comico, all’epigramma, con una capacità inventiva che pare inesauribile, trascinata com’è dalla facilità delle rime. Non a caso la sua poesia più famosa è una interminabile lode alla Plovisine (Pioggerellina). Plovisine minudine Lizerine Tu vens ju cussì cidine Senze tons e senze lamps, E tu das di bevi ai chiamps. Plovisine fine fine Lizerine Bagne bagne un frighinin L’ort del puar contadin. [...] [Pioggerellina minutina, / leggerina, / scendi così silenziosa, / senza tuoni e senza lampi, / e dai da bere ai campi. // Pioggerellina fina fina, / leggerina, / bagna bagna un pochettino / l’orto del povero contadino]. Con il suo ‘buon senso’, con la filosofia del ‘lasciar correre’, con la poetica del disimpegno (la sua satira è superficiale e non tocca il potere), Zorutti esprime i sentimenti di una parte della società friulana (la piccola borghesia udinese), ma il grande consenso dei lettori contribuisce a far nascere l’idea che il friulano sia adatto proprio allo scherzo, allo svago fine a se stesso, al quadro naturalistico di maniera.

Nell’Ottocento, il Friuli, che passerà nella seconda metà del secolo dall’Austria al Regno d’Italia, ma solo per la parte centro-occidentale (Gorizia resta legata all’impero austro-ungarico), mostra comunque un’abbondanza considerevole di testi e autori in lingua friulana. Grazie agli almanacchi stampati in area goriziana si tenta un tipo di prosa adatta alla comunicazione, una scrittura utile, intesa ad educare le masse contadine, e per questo significativa, anche se influenzata dall’italiano. Un lessico curato e ricco segna invece l’ingresso nella letteratura friulana della prima voce femminile nota, Caterina Percoto (1812-1887). Appartenente come Zorutti a una nobile famiglia decaduta del Friuli orientale (nasce a San Lorenzo di Soleschiano), e vissuta con rari intermezzi nella proprietà di famiglia che lei stessa cura, la Percoto diviene scrittrice conosciuta in italiano e friulano grazie alla spinta e all’amicizia di nomi illustri (Francesco Dall’Ongaro, Niccolò Tommaseo, Giosuè Carducci). Le sue novelle e leggende risentono del programma ottocentesco di diffondere tra le popolazioni urbane e rurali una letteratura con finalità educative e patriottiche. Le prose in friulano (apparse prima su riviste e successivamente edite in volume), in parte originali e in parte rielaborazione di motivi popolari, raggiungono risultati stilisticamente alti. La Percoto dimostra sensibilità e sicurezza linguistica, e la sua pagina scorre efficace, a volte scarna, aderente al tema della narrazione. Uno dei testi più citati, Lis striis di Gjermanie, che descrive l’appuntamento di streghe tedesche e friulane e la loro separazione conseguente a un evento funesto (probabilmente la guerra), unisce sapientemente immagini tratte dalle credenze popolari, capacità descrittive e intento morale. Sia Zorutti che la Percoto scrivono in un friulano che allontana elementi marginali. Le loro scelte indicano la via per la lingua scritta unitaria.

Tra i due secoli

Con l’avanzare dell’Ottocento e nella prima parte del secolo seguente inizia ad essere difficile seguire da vicino gli sviluppi dello scrivere in friulano. In poesia prevale l’esempio di Zorutti, ma si affacciano anche sensibilità più mosse, si avvertono influenze italiane, pur con qualche ritardo (accanto a Leopardi si pone però Pascoli), e la ricerca di possibilità espressive nuove. Quest’ultimo aspetto emerge soprattutto nelle traduzioni che vengono tentate sia dai classici che da autori moderni, anche stranieri. Rispetto al friulano si alternano coloro che aderiscono alla norma centrale e coloro che scelgono la variante. Pietro Bonini (1844-1905), nei suoi Versi friulani (1898) e Nuovi versi friulani (1900), accanto a sonetti che risentono di Leopardi, Foscolo, Carducci, presenta una serie significativa di versioni che rispondono al desiderio di «mostrare le possibilità del friulano». Pieri Corvat (ossia Pietro Michelini, 1863-1933), è noto per Il Quarantevot, descrizione in sonetti «tragicomica», ma con vivo senso del reale, dei moti udinesi. Vittorio Cadel (1884-1917), pittore e aviatore morto in Macedonia, lascia componimenti d’amore, sonetti e villotte, prevalentemente nel friulano di Fanna.

Anche Giuseppe Malattia della Vallata (1875-1948) sfrutta nei suoi versi e nella curiosa raccolta di Villotte friulane moderne una variante occidentale, quella di Barcis. Peculiare è l’opera di V.G. Blanch (Luigi Rodaro, 1859-1932), che con il suo Linguaggio friulano (1929), oltre che per i versi originali, si segnala per l’ampia e inedita scelta di traduzioni. Tra queste compaiono, come dimostrazione pratica dell’affinità tra catalano e friulano, una serie di versioni con testo a fronte da autori catalani che nell’insieme anticipano la «scoperta» pasoliniana di due decenni più tardi (Pellegrini). Si possono nominare qui, sempre tenendo presente l’individualità delle esperienze, Emilio Nardini (1866- 1932), Enrico Fruch (1873-1932), Argeo (Celso Cescutti, 1877-1946), Giovanni Lorenzoni (1884-1950). Fruch, di Rigolato, abbandona la variante carnica per il friulano centrale. Esordendo alla fine dell’Ottocento, parte da una posizione zoruttiana che va affinandosi gradualmente, e nei suoi versi si avverte un socialismo umanitario vicino a Pascoli. La lezione pascoliana (il Pascoli dei Poemetti) è più profonda in Lorenzoni, pur entro una poesia dal carattere «più consolatorio che problematico » (A. Ciceri). Non privo di suggestioni è Emilio Nardini, mentre con Argeo, la cui produzione più intensa risale ai primi anni del Novecento, si è ben lontani dalla facilità scherzosa di uno Zorutti.

In questo scorcio, in prosa la sperimentazione è ancora limitata. L’intreccio tra elaborazione letteraria e racconto popolare, con l’interesse più o meno prevalente per il dato etnografico, si fa sentire nell’opera dei carnici Luigi e Giovanni Gortani.
La letteratura degli anni che precedono il 1915-18 ha dunque un tono più serio e meditato, ma non permette aperte rotture con la tradizione o precise definizioni di tendenza, se non per l’impulso a calcare le orme della poesia italiana. Nella seconda metà dell’Ottocento hanno però preso corpo con vigore gli studi sul friulano.
Il riguardo per il mondo popolare produce raccolte su canti, proverbi e modi di dire (le pubblicazioni di villotte o «canti popolari friulani» di Leicht, Gortani, Teza, Arboit, Ostermann). Con l’opera di Jacopo e Giulio Andrea Pirona si concretizza il progetto del vocabolario friulano, edito nel 1871, e nel 1873 il glottologo goriziano G.I. Ascoli dà al friulano la sua prima descrizione scientifica nei Saggi ladini. A cavallo dei secoli alcune riviste che raccolgono contributi preziosi su lingua, cultura e tradizioni popolari divengono strumenti validi per la ricerca e l’aggregazione di idee e sforzi comuni. Dopo la stagione delle «Pagine friulane» edite a Udine da Domenico Del Bianco (1888-1907), nascono a Gorizia «Le nuove pagine », dirette da Giovanni Lorenzoni, che hanno poca durata (dal 1907, per sei fascicoli) e a cui si sostituisce, con l’apporto di Ugo Pellis, «Forum Iulii» (1910-1914), periodico ricchissimo, sulle cui pagine, oltre a note storico- artistiche compaiono studi di carattere linguistico, testi e versioni in friulano. Prima e nel frangente della Grande guerra, Gorizia manifesta grazie a queste iniziative e ai loro promotori la sua friulanità, ed è qui che nel 1919 viene fondata la Società filologica friulana, poi trasferitasi a Udine, con l’intento di conservare il patrimonio di lingua e tradizioni del Friuli. Non mancano all’interno della Filologica scelte in linea con il fascismo, che fa della regione nordorientale il baluardo della latinità contro il mondo slavogermanico. Ma nel ventennio si allineano anche provocatorie voci di dissenso.
Si ricorda Giovanni Minut (1896-1967), autore di aspre poesie di protesta sociale e antifascista. In polemica col fascismo, sulle pagine di giornali cattolici, sono anche Giovanni Schiff (pre Zaneto, 1872- 1947) e Giuseppe Driulini (Siôr Barbe, 1854-1949). Tra quanti si raccolgono attorno alla Società filologica friulana, dando vita con i loro studi a una fase di importante vivacità scientifica (tra le iniziative vi è la pubblicazione nel 1935 del Nuovo Pirona, curato da G.B. Corgnali e E. Carletti, che amplia il vocabolario del 1871, integrando i materiali di G.A. Pirona), vanno ricordate alcune esperienze letterarie. Bindo Chiurlo (1886-1943), curatore della Antologia della letteratura friulana (1927), nonché di significative edizioni (Colloredo, Percoto, Zorutti), è poeta raffinato, che riserva però al friulano solo toni minori. Ugo Pellis (1882-1943), infaticabile raccoglitore per l’Atlante Linguistico Italiano, è anche autore di versi, di interessanti prose ritmiche e di inedite traduzioni nel friulano di Aquileia. Infine Ercole Carletti (1877-1946), con la sua strofa irregolare, l’irruzione di ripetute onomatopee e di un simbolismo sintomo di un sentire inquieto, tocca in questo momento la punta più avanzata della poesia friulana, che prelude al cambiamento del secondo dopoguerra.

La svolta novecentesca

La Filologica raccoglie il frutto degli sviluppi ottocenteschi, prospettando ampliamenti in sostanziale continuità. La svolta per la letteratura friulana si manifesta invece nel segno della rottura. Nel 1942 mentre si celebrano i 150 anni dalla nascita di Zorutti con quasi unanimi consensi, due voci prendono decisamente le distanze, quelle di Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Marchetti. Sul piano della lingua e della poesia lo strappo con la tradizione avviene però fuori dal Friuli. Lo ‘zoruttismo’, a dispetto di voci contrarie, restringeva le possibilità espressive della poesia friulana. È grazie a Pasolini (di madre friulana, originaria di Casarsa) che il friulano si impone per la prima volta, oltre i confini regionali, come strumento pieno e moderno. Nel 1942 escono infatti a Bologna le Poesie a Casarsa, una breve raccolta, subito notata da Gianfranco Contini, dove il friulano è utilizzato in modi del tutto nuovi. È un friulano «imparaticcio e imperfetto [...] ibrida mistura di dialetto casarsese» della madre e di koinè attinta dal Nuovo Pirona (Belardi e Faggin). 
Nonostante questo le brevi poesie sono rivoluzionarie: grazie alla sensibilità e alla raffinata cultura di Pasolini si pongono «al di fuori [...] del dialetto» e a fianco delle grandi letterature moderne. In questa variante «non prima scritta», da lui poi progressivamente padroneggiata, il friulano è soprattutto lingua della poesia, terreno inesplorato e giovane, e il mondo che esprime un universo «fuori del tempo e della storia» (Belardi e Faggin). Il nini muart Sera imbarlumida, tal fossàl a cres l’aga, na fèmina plena a ciamina pal ciamp. Jo i ti recuardi, Narcìs, ti vevis il colòur da la sera, quand li ciampanis a sùnin di muart. [Il fanciullo morto / Sera luminosa, nel fosso / cresce l’acqua, una donna incinta / cammina per il campo. / Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore / della sera, quando le campane / suonano a morto]. (Traduzione di P.P. Pasolini) Allo stesso modo ritrae un codice poetico da rinnovare, in continuità con le tradizioni delle «piccole patrie romanze».
Dal 1942 al 1949 Pasolini è a Casarsa, insegnante e iniziatore alla poesia di un gruppo di giovani e giovanissimi. Nel 1945 fonda l’Academiuta di lenga furlana e dal 1944 dà vita ad alcune riviste (quattro «Stroligut» e il «Quaderno romanzo» del 1947), nelle quali prende forma una scrittura moderna. Grazie a questo esercizio, alla pubblicazione di piccole edizioni dei poeti dell’Academiuta (Cesare Bortotto, Tonuti Spagnol, Nico Naldini), utilizzando anche lo strumento della traduzione da contemporanei francesi e italiani, il friulano assume quella che Contini, recensendo Poesie a Casarsa, aveva definito «la vera nobiltà di una lingua minore» (in «Corriere del Ticino», 24 aprile 1943). Nel 1949 Pasolini deve abbandonare il Friuli e la stagione friulana si blocca, nel 1954, con la raccolta La meglio gioventù, sorta di «disperato omaggio al mito lontano, al Friuli felice e incontaminato» (Pellegrini). Vent’anni dopo, nel 1975, di fronte alla morte della civiltà contadina, La nuova gioventù ne sarà il tragico controcanto.

Dopo Pasolini...

La lezione casarsese non rimane inattiva. Non si devono scordare le voci di due autori che pur poetando negli stessi anni e pur essendo accomunati dalla modernità della ricerca, non si possono inserire nel circuito dell’Academiuta. Ammirazione dimostra Pasolini per Franco de Gironcoli (1892-1979), illustre medico, vissuto a Conegliano, ma originario di Gorizia, che in goriziano compone le prime brevi raccolte del 1944 e ’45, e i versi raccolti nel 1951 nelle Elegie in friulano (altre Poesie in friulano usciranno nel 1977). Giudizi lusinghieri vanno anche a Riccardo Castellani, a Casarsa negli anni dell’Academiuta, ma di padre carnico, che inizia a pubblicare sugli «Stroligut», distanziandosi poi da Pasolini. Col suo canzoniere, Ad óur dal mont (1976), Castellani è considerato un classico della letteratura friulana (Belardi e Faggin). L’eredità di Pasolini è raccolta, seppure in maniera diversa, dal gruppo di Risultive, ‘Acqua sorgiva’, nato nel 1949 seguendo le spinte di Giuseppe Marchetti. Marchetti e Pasolini si incontrano nello sforzo di ampliare gli spazi del friulano, di dargli ampia dignità di lingua.

Per Pasolini ciò è possibile attraverso la poesia, nella completa libertà della creazione individuale. Per Marchetti è invece necessario un modello unitario, che valga sia per la comunicazione sociale, a tutto campo, come avviene sulle pagine del periodico «La Patrie dal Friûl», sia per la letteratura. Il programma di Risultive dichiara fedeltà alla tradizione, pur nell’esigenza di rinnovamento e entro una consapevolezza nuova della lingua. Fanno parte del gruppo autori (Dino Virgili, Otmar Muzzolini, Aurelio Cantoni) accomunati dalla volontà di utilizzare il friulano comune, come strumento unitario e senza restrizioni. Virgili adotta la forma del romanzo con L’aghe dapît la cleve, aprendo la via ad altre esperienze, Riedo Puppo svilupperà il racconto, Alviero Negro e Aurelio Cantoni il teatro. In linea con la tradizione si propongono anche altre iniziative.
Del 1949 è l’uscita de «Il Tesaur», rivista diretta da G.F. D’Aronco (a cui si legano N. Pauluzzo, F.M. Barnaba, P. Someda de Marco, C. Bortotto). Nel 1952 nasce «Scuele libare furlane », per iniziativa di Domenico Zannier, che nel 1967 raccoglie nell’antologia La cjarande alcune voci fra cui si distingue l’esordiente Umberto Valentinis. Non assimilabile a una scuola, anche se compare nella prima uscita di «Risultive», è Novella Cantarutti. Vicina sia a Marchetti che a Pasolini, la sua scrittura segue vie personali, sia per la scelta linguistica (la varietà materna e marginale di Navarons), sia per la libertà dell’espressione, che spazia dalla poesia, al racconto, percorrendo parallelamente una instancabile ricerca etnografica.

...e oltre

Il panorama che si definisce a partire dagli anni Sessanta meriterebbe una trattazione a sé, per l’interesse che presentano singoli poeti o progetti letterari, e per l’infittirsi delle iniziative. La sintesi permette solo di accennare ad alcuni nomi, ma è possibile intuire, avvicinandosi ai nostri giorni, una stagione nuova nella letteratura friulana. Nel 1964 esce Libers... di scugnî lâ, prima prova poetica di Leonardo Zanier, che già nel provocatorio titolo (‘Liberi... di dover partire’) denuncia la ferita dell’emigrazione. Quella di Zanier è una poesia inconfondibile, sia per i toni e i contenuti, sia per la variante utilizzata (il carnico di Maranzanis), nella quale si esprime, fondendo lirismo e ironia, una carica di rabbia e speranza che coinvolge le giovani generazioni. Del 1968 è Salustri, di Umberto Valentinis, scrittore di grande raffinatezza, la cui vena prosegue in dense raccolte. Il trauma del terremoto (1976), e il conseguente bisogno di riscoperta delle ‘radici’, porta un pullulare di iniziative e di versi, con notevoli conversioni o ritorni alla lingua madre (iniziano a scrivere nella varietà di origine dopo esperienze italiane Amedeo Giacomini, Elio Bartolini, Siro Angeli).

Di fronte al finire inesorabile del mondo contadino che ha espresso il friulano, alcuni accettano la sfida della modernità. Gianni Nazzi, tra le tante iniziative per la Clape Culturâl Aquilee, cura una collana di classici delle letterature straniere che risponde allo scopo di dare al friulano compiuta dignità di lingua. L’opera di arricchimento attraverso la traduzione (e l’introduzione di neologismi e contenuti contemporanei) ha altri vivaci momenti collettivi e un autore di rilievo in Angelo M. Pittana. Ma accanto alle istanze in sintonia con le rivendicazioni, la volontà di tutela, le spinte verso uno standard anche letterario, emergono voci «eccentriche», che assumono «il friulano come idioletto privato» (Pellegrini). È quasi una piccola accademia il gruppo di Sot/Sora, che si riunisce nella biblioteca di Montereale Valcellina, nel quale si esprimono, per poi proseguire singolarmente, Rosanna Paroni Bertoja, Federico Tavan, Antonio De Biasio. Originario di Montereale, ma trasferito a Milano, è anche Beno Fignon. Si possono infine fare ancora solo i nomi, ricordando però le individualità, di Elsa Buiese, Celso Macor, Lionello Fioretti, Giacomo Vit (animatore a Cordovado del gruppo Majakovskij), Francesco Indrigo, Nelvia Di Monte e Giorgio Ferigo. E si chiude questo veloce percorso con due voci che, pur nella diversa esperienza, si corrispondono, innovando Ida Vallerugo e Pierluigi Cappello. In comune hanno la creazione di una lingua loro (particolarissima, nel friulano di Meduno, quella della Vallerugo, selezionata e più vicina alla koinè quella di Cappello), la profondità e l’urgenza da cui nasce la poesia, l’intreccio di vita e riflessione poetica che porta alla nascita della «Biblioteca di Babele», collana di poesia fondata a Meduno nel 1999.

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