Friuli: Storia e Cultura

La storia del Friuli è sempre stata condizionata dalla sua posizione, alla testata settentrionale del Mar Mediterraneo e alla porta d’ingresso da Oriente alla penisola italiana. Qui sono fiorite le tre grandi città portuali che ne hanno segnato i destini: Aquileia, Venezia, Trieste. Sull’asse est-ovest, i suoi confini sono di natura storica più che geografica. A Occidente il confine lungo la valle del Piave e il corso del Livenza si è stabilizzato da secoli, mentre ad Oriente vi sono sempre state molte incertezze, a causa della non coincidenza tra confini geografici, etnici, socio-economici e politico-militari. La formazione del Friuli come entità storico-politico-culturale si può far risalire all’epoca longobarda (sec. VI-VIII).
Sulla formazione della lingua friulana vi sono teorie diverse; secondo quella più tradizionale, essa risulta dall’influenza del sostrato celtico sul latino qui portato dai coloni romani, e quindi ha oltre duemila anni; mentre, secondo altre, essa si forma mille anni più tardi, per effetto dell’isolamento dal resto d’Italia imposto dal Patriarcato.

 Nel 1420 il Friuli fu conquistato da Venezia, salvo Cormòns, Gradisca e Gorizia. La grandissima maggioranza della popolazione ha sempre parlato il friulano, ed esistono anche fin dal XIV secolo documenti letterari scritti in tale lingua. È solo nell’Ottocento che si avvia una robusta e continua tradizione letteraria e la lingua diviene la base principale dell’identità regionale. Dopo il 1945 si avviano i movimenti tesi al riconoscimento dei Friulani come minoranza linguistica, con diritto all’autonomia politico-amministrativa e alla tutela della propria lingua.
Quest’ultima istanza è divenuta più impellente a partire dagli anni ’70 e ha trovato una debole accoglienza da parte delle istituzioni solo alla fine dello scorso secolo.

Inquadramento geografico: gli assi generatori

«Tra Venezia e Trieste». Questa è l’indicazione che di solito i friulani nel mondo danno per spiegare ai forestieri dove è collocata la loro «Piccola Patria»; perché, in effetti, negli ultimi secoli il Friuli è vissuto un po’ all’ombra di queste due grandi città di mare; per quattro secoli la prima, per quattro decenni la seconda. Molto, molto tempo fa avrebbero potuto dire: «attorno ad Aquileia». Aquileia, Venezia, Trieste: in tutta la storia, sulla cima dell’Adriatico, là dove il mare si spinge più profondamente nel continente, sono fiorite in successione grandi città mediatrici degli scambi tra il mondo mediterraneo e l’Europa centrale. La storia del Friuli è stata condizionata in buona parte dalla sua posizione geografica, e cioè dalle sue relazioni sugli assi nord-sud ed est-ovest. La prima relazione ha un carattere addirittura geologico: di qui passa la faglia tra la zolla africana, cui appartiene l’Italia, e quella europea.
Il confine settentrionale del Friuli è nettamente segnato dal crinale delle alpi Carniche, sorte dalla pressione dell’Africa contro l’Europa. Contro questa bastionata di monti si spingono e si spremono le masse d’aria calda e umida provenienti dal Mediterraneo, che facevano di questa la regione più piovosa d’Italia (le cose, in questi ultimi anni, sembra stiano cambiando un po’); la forza delle precipitazioni e la natura calcarea della roccia rende i monti del Friuli particolarmente soggetti all’erosione; i versanti sono quindi spesso aspri e ripidi, le valli strette, e il loro fondo occupato da larghi letti ghiaiosi, frutto della forte capacità erosiva e delle improvvise variazioni di portata dei torrenti. Al loro sbocco in pianura, i fiumi del Friuli formano ampi ‘ventagli’ di sassi – i ‘conoidi di deiezione’ – entro i quali le acque si perdono per gran parte dell’anno. Malgrado l’abbondanza delle piogge (mediamente, 1.800 mm/anno), la fascia ‘alta’ della pianura friulana è quindi asciutta, priva di corsi d’acqua permanenti. Le acque ritornano alla luce più in basso, lungo una linea di ‘risorgive’ che fila dritta dai piedi del Cansiglio (le sorgenti del Livenza, presso Polcenigo) a quelli del Carso (le bocche del Timavo). Sotto questa linea, la Bassa friulana è un terreno incredibilmente ricco di acque, con tutto quanto ciò comporta. Quando l’uomo è stato in grado di controllarle, come in epoca romana e quella attuale, la Bassa è stata una terra dall’agricoltura molto produttiva; in altri periodi – e si parla di circa dodici secoli – è stata terra paludosa, malsana e spopolata. Come tutte le faglie tra zolle geologiche, anche quella che passa esattamente in mezzo alla regione ogni tanto dà uno strappo. Il Friuli è quindi ‘terra ballerina’ e, da quando se ne tien nota, ha sofferto una mezza dozzina di scosse sismiche disastrose.

In complesso possiamo dire quindi che la natura non ha molto favorito il Friuli. Questa terra è geologicamente piuttosto giovane, e dei giovani ha una certa asprezza, instabilità ed estremismo. Questi suoi caratteri geologici, come vedremo, contrastano curiosamente con quelli socio-culturali della sua popolazione. La sua posizione geografica, tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa, fa sì che in Friuli si risenta dell’una e dell’altra fascia climatica. Piante tipicamente mediterranee, come il leccio, ma anche l’ulivo e il fico, vegetano tranquillamente fino ai primi contrafforti delle prealpi; mentre gran parte delle alpi friulane, a causa dell’abbondanza di piogge, hanno un clima piuttosto mitteleuropeo (si veda ad esempio il caratteristico ‘abbassamento della linea del faggio’). Ne deriva che in Friuli è presente un numero di specie vegetali più alto che in molte altre regioni d’Europa. E anche per quanto riguarda le specie animali si verifica qualcosa di analogo. È divenuto celebre, negli ultimi anni, il caso dei lepidotteri. Là dove il Tagliamento sbocca in pianura, sui monti Brancot e San Simeone – l’epicentro del terremoto del 1976 – gli studiosi hanno rilevato la presenza di una straordinaria quantità di specie di farfalle, tipiche sia del Nord che del Sud-Europa. Per questa varietà di tratti geografici, concentrati in un’area piuttosto modesta (7.885 kmq, circa il 2,5% del territorio italiano), il Friuli si identifica con orgoglio nella nota espressione di Ippolito Nievo di «piccolo compendio dell’universo»; anche se, ad onor del vero, lo scrittore si riferiva forse più al suo aspetto umano che a quello naturalistico. Dal punto di vista socio-economico, l’asse nord-sud caratterizza il Friuli in diversi modi. Togliendo l’Alto- Adige, il Friuli è la regione più settentrionale d’Italia; quella a più stretto contatto con il mondo germanico attraverso il passo di Monte Croce e il Canale del Ferro. Questo toponimo indica chiaramente quale fosse una delle merci più importanti che passava di qui, nel corso di gran parte della storia. Ma ancora prima, di qui passava la Via dell’ambra, la preziosa materia dorata raccolta sulle spiagge del mar Baltico e tanto apprezzata dai romani. Nel corso della storia, i rapporti tra il Friuli e il Mediterraneo sono stati importanti nel periodo di Aquileia romana e, negli anni più recenti, con lo sviluppo del turismo balneare che ha fatto affluire sulle spiagge di Grado e Lignano masse di austriaci e tedeschi. Per il resto della storia il Friuli è stato una regione essenzialmente terragna, separata dal mare da una fascia di paludi e lagune poco praticabili.
Sull’asse est-ovest, ciò che caratterizza il Friuli è di essere il passaggio obbligato, o meglio la porta spalancata, tra la penisola italiana e l’Europa e, più oltre, l’Asia. Non c’è soluzione di continuità – salvi, ovviamente, i fiumi – tra la pianura friulana, quella veneta e quella padana. Ad Oriente, i rilievi sono bassi e i valichi facili. Per gran parte della storia, il flusso è stato prevalentemente dall’Oriente verso l’Italia; perché è nell’immenso Oriente che si verifica la gran parte delle dinamiche demografiche e culturali che ad ondate investono poi la penisola italiana; a cominciare dall’invenzione dell’agricoltura. Certo, i Greci e i Fenici hanno colonizzato via mare le coste europee; ma le grandi migrazioni di popoli si svolgevano via terra. Attraverso il Friuli sono passati i Paleoveneti e, più tardi, i Quadi e i Marcomanni, gli Eruli, gli Ostrogoti e i Visigoti, gli Unni, i Longobardi, i Franchi, gli Ungari, i Turchi e così via. Tra quelle provenienti dall’Oriente – la maggioranza – e quelle dall’Occidente, in Friuli si contano quarantasei invasioni; alcune sono state semplici scorrerie o spedizioni militari, altre sono durate più a lungo e hanno comportato qualche forma di insediamento. La più importante è stata senza dubbio quella romana. Nel 181 a.C. Roma decide di fondare qui, sulla punta dell’Adriatico, una colonia con il triplice compito di organizzare il territorio veneto di recente annessione, di sorvegliare la ‘porta d’Italia’ a oriente e di fungere da testa di ponte per l’espansione – economica e culturale, ancor prima che politico-militare – dei territori a nord-est: il Norico e la Pannonia, cioè le odierne Austria e Ungheria. Aquileia diventa la capitale della Decima Regio dell’Italia augustea, denominata Venetia et Histria: dall’Adige al Quarnero. Il nome Friuli nasce con i Longobardi, che fanno di Forum Iulii (l’odierna Cividale) la capitale del loro primo ducato in terra italica e l’antemurale dell’Italia longobarda contro la pressione degli Avari e degli Slavi. Più tardi, con gli imperatori franchi, sassoni, franconi e svevi, questa regione diventa invece la porta d’Italia a servizio dell’Impero romano-germanico. Con Venezia, il Friuli torna ad essere baluardo veneto – cioè italiano – contro le potenze centro-orientali; funzione che manterrà anche con il Regno d’Italia, e poi con la Repubblica. Negli anni più recenti, con il ristabilimento di buoni rapporti con i paesi dell’Europa centro-orientale, il Friuli ha voluto assumersi la funzione di ponte o cerniera tra l’Italia e quel mondo, e oggi, con l’allargamento dell’Unione europea, aspira a diventare uno dei luoghi centrali, dei cuori della nuova Europa unita. Di qui, probabilmente, dovrà passare il Corridoio Cinque, l’asse di collegamento tra l’estremo Ovest europeo (Spagna e Portogallo) e l’estremo Est (Ucraina).

Etnogenesi del Friuli

Come si è accennato, il Friuli comincia a prender forma ad opera dei Longobardi, che estendono al territorio il nome Forum Iulii, già proprio dell’odierna Cividale. Il ducato del Friuli ebbe una ruolo importante nei due secoli (568-774 d.C.) del Regno longobardo d’Italia; e un marchese del Friuli, Berengario, divenne anche re d’Italia e financo, ma precariamente e brevemente, imperatore. Senza dubbio i Longobardi hanno lasciato un’impronta notevole in questa terra, sia per quanto riguarda l’organizzazione territoriale e politica, sia a livello linguisticoculturale, e forse anche genetico. Tuttavia essi costituivano solo un sottile strato di dominatori; il grosso della popolazione era costituito dai ‘romani’, cioè dai discendenti dei coloni italici (soprattutto del Sannio) cui era stato assegnato da Roma l’agro aquileiese.

Negli ultimi decenni è fiorito un vivace dibattito sul ruolo che, nella formazione del popolo friulano, hanno avuto le popolazioni qui insediate prima dell’arrivo dei romani. Le fonti romane indicano che la decisione di fondare Aquileia venne presa per contrastare il rafforzamento qui di insediamenti celtici, e recenti scoperte archeologiche confermano che ad Aquileia esisteva un insediamento pre-romano, e di Celti vi sono tracce in diversi luoghi della regione. I linguisti hanno messo in luce numerosi elementi celtici nella toponomastica, ma non molti nel lessico; e gli etnologi ne hanno trovati in alcuni riti e tradizioni. Si è anche sostenuto che la distinzione tra gli abitanti di questa regione e quelli delle terre circostanti risalga addirittura ad epoche precedenti, protostoriche. Ma queste teorie si basano su evidenze archeologiche abbastanza sparse e di incerta interpretazione; e sono precarie, in quanto soggette a cambiare anche drasticamente man mano che vengono alla luce nuovi reperti. Un’altra argomentazione a sostegno della tesi delle radici preromane dell’identità friulana viene dalla notizia che, già verso il 350 d.C., il vescovo Fortunaziano scriveva le sue omelie in sermo rusticus; se ne è dedotto che il popolo parlava già, o ancora, una lingua diversa dal latino ufficiale. Ma questo forse non basta a dimostrare la tesi del sostrato celtico o preistorico, o comunque preromano, perché notoriamente comunque le lingue orali sono soggette a continui processi di mutamento, e quindi di divaricazione rispetto a quelle auliche e scritte.

Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche quindi è difficile provare che l’identità e l’individualità del popolo friulano risalga ad epoca preromana. Più sicuro è metterla in rapporto con gli eventi politici che hanno dato a questo territorio dei centri e dei confini: il ducato longobardo prima, e il patriarcato di Aquileia poi.
La storia del patriarcato di Aquileia è lunga, complessa, e per molti aspetti ancora oscura. Non è facile, soprattutto per i sei secoli dell’Alto Medioevo (V-XI), distinguere i miti e le tradizioni dalla verità storica. La stessa comparsa del titolo di ‘patriarca’ – rarissimo nella cristianità occidentale – è piuttosto misteriosa. Estremamente complesso è poi l’intreccio tra la dimensione propriamente religiosa e quella secolare, tra i poteri spirituali e pastorali e quelli amministrativi, politici e militari.
Dal punto di vista ecclesiastico, la sede vescovile metropolita di Aquileia romana estende la sua giurisdizione su un’area vastissima, che va da Como ad Acquincum (Budapest). Solo all’alba del nuovo millennio – e precisamente il 3 aprile 1077 – il patriarca di Aquileia è investito di poteri temporali e quindi si può incominciare a parlare del Friuli come entità storicopolitica. I suoi confini sono fluttuanti e incerti, soggetti alle spinte centrifughe da parte della nobiltà feudale interna, e alle pressioni e appetiti da parte delle potenze confinanti. Il gioco mutevole delle rivendicazioni e delle proteste, delle differenze tra lo stato di fatto e di diritto, dell’intreccio tra le diverse competenze, spirituali e temporali, rende la fisionomia del Patriarcato piuttosto confusa. È innegabile comunque che per quasi quattro secoli (XI-XV) questa regione è stata inquadrata in un organismo politico chiamato patriarcato di Aquileia, i cui fluttuanti confini si estendevano ben oltre l’attuale Friuli; ma che la Patria del Friuli, tra Livenza e Timavo, tra il monte e il mare, ne costituiva la parte maggiore e più stabile. Questi sono i secoli in cui si è formato il Friuli, come regione storico-geografica; in cui gli abitanti di questa regione hanno acquisito per la prima volta la loro identità storica, politica, culturale e linguistica.
Il patriarcato di Aquileia era un principato ecclesiastico feudale, strettamente integrato nell’ordine imperiale; non vi si devono proiettare quei caratteri di sovranità politica (verso l’interno e verso l’esterno), omogeneità linguistico-culturale, e volontà popolare, che sono propri dello stato nazionale moderno. Il concetto stesso di nazione era, in quei tempi, molto diverso dal nostro. È difficile quindi accettare la tesi secondo cui ai tempi del patriarcato i friulani siano diventati una nazione. Quel che si è formato è invece la coscienza di appartenere a un territorio definito e a un organismo politico dotato di una propria autonomia. Questa coscienza rimase abbastanza forte anche quando il patriarcato, indebolito dalle lotte intestine tra feudatari e tra Cividale e Udine, pressato a oriente dalle mire del conte di Gorizia e a occidente dai trevigiani, cadde infine nelle mani di Venezia (1420). La Dominante mantenne in vita, anche se spogliato dei poteri temporali e affidato alle grandi famiglie veneziane, il patriarcato; e rispettò anche, pur se depotenziato, il parlamento della Patria del Friuli, l’organismo rappresentativo delle abbazie, della feudalità e delle comunità urbane. In questo modo gli abitanti del Friuli poterono continuare a considerarsi, ed essere considerati, qualcosa di diverso dagli altri sudditi veneti. Il nome stesso di «Patria del Friuli» (spesso abbreviato nel semplice «Patria»), probabilmente in origine riferito al patriarcato, divenne veicolo di rafforzamento di questo senso di identità politico-territoriale. Tale coscienza attraversò i quasi quattro secoli di dominazione veneziana, per giungere pressochè intatta fino ai nostri giorni. Non si sono sostanzialmente sollevate, durante questi secoli, questioni linguistiche né razziali o etniche (come si dice più pudicamente oggi). Si dava per scontato che i friulani fossero essenzialmente di discendenza latina, appartenenti alla famiglia dei popoli italiani, e ben distinti dai vicini tedeschi e slavi. La cultura umanistica del tempo non ammetteva altri titoli di nobiltà di un popolo che quelli risalenti alla civiltà antico-romana. Ma ciò non significava negare anche affinità e influenze, dovute alla prossimità geografica. Di fatto, nell’etnogenesi del Friuli hanno giocato un ruolo anche i contatti, gli scambi, le migrazioni e le mescolanze con il mondo germanico a nord, e quello slavo a est. Dal primo sono venute le élites guerriere, che hanno formato per tutto il Medioevo il nerbo della classe dominante feudale; ma anche funzionari, artigiani e artisti. Dal secondo sono venuti soprattutto contadini e pastori, che dalle alture hanno sempre percolato verso la pianura, assimilandosi subito nelle comunità friulane. E nel XI secolo v’è stato anche un periodo di immigrazione massiccia e organizzata di sloveni carinziani, a ricolonizzare la fascia centrale della pianura friulana devastata dalle scorrerie ungaresche del secolo precedente. Anche questi comunque si sono rapidamente assimilati alla lingua e cultura della regione ospitante, lasciando tracce vistose solo nella toponomastica e nella fisionomia delle persone.

Glottogenesi del friulano

La dottrina nazionalistica ha posto la comunanza di lingua a fondamento del senso di identità nazionale, ed era inevitabile che anche in Friuli alcuni abbiano visto nella lingua friulana l’elemento essenziale dell’identità di questo popolo. Ma le cose non sono così semplici; né in generale, nè nel nostro caso particolare. In Friuli, come in molti altri casi, sono esistite almeno dall’età protocristiana delle differenze tra le lingue ufficiali e scritte, quelle parlate dall’élite dominante e quella parlata dal popolo analfabeta. La lingua scritta ufficiale rimase per oltre mille anni il latino (ecclesiastico e notarile); ma per sei secoli i dominatori parlarono lingue di ceppo germanico: nel primo periodo i Longobardi, poi brevemente i Franchi, e infine, dal secolo X al XIII, le famiglie tedesche mandate dagli imperatori e chiamate dai patriarchi a presidiare questa porta italiana dell’impero. 
Secondo qualche autore (Francescato) questo carattere accentuatamente germanico dello stato patriarchino, in quei secoli, ha comportato un isolamento culturale del Friuli dal resto dell’Italia settentrionale, ostacolando la diffusione di quelle innovazioni linguistiche e socio-linguistiche che invece stavano interessando la pianura padano-veneta, e che avrebbero portato le lingue di quelle regioni a differenziarsi sempre più dalla matrice latina. In particolare, nello stato aquileiese, dove la corte e la nobiltà parlavano tedesco, la lingua del popolo è rimasta più vicina all’antico latino. Il carattere ‘conservatore’ delle lingue parlate in luoghi isolati è un fenomeno notissimo ai linguisti, e sarebbe la spiegazione più semplice delle somiglianze tra le parlate ‘ladine’ delle Alpi (al posto di quelle basate sull’ipotesi di un comune sostrato ‘retico’). In ogni caso è chiaro dalle fonti che il friulano esiste, in forme molto vicine alle attuali, da quasi mille anni.

Come ovunque in Italia, il ‘volgare’ friulano è rimasto a lungo una lingua quasi esclusivamente orale; quando si doveva mettere qualcosa per iscritto si ricorreva al latino o, a partire dal secolo XIV, a varie mescolanze di toscano e veneto. Tuttavia anche il friulano era usato per la redazione di documenti di tipo pratico come atti contabili e notarili. Alla fine del XIV secolo risale il primo documento letterario (una ballata) in lingua friulana, che appare chiaramente influenzato dalla letteratura in volgare che da oltre un secolo stava fiorendo nell’Italia settentrionale, come prima in Provenza. Uno dei caratteri ben noti delle lingue orali è la loro varianza geografica: ogni comunità tende a sviluppare un proprio modo particolare di esprimersi, per effetto del relativo isolamento dalle altre comunità. Anche il friulano appare differenziato in decine di ‘dialetti locali’; ma la situazione è meno grave che in molte altre regioni. Tutte le varietà di friulano hanno un alto grado di mutua comprensibilità, e una di esse – quella ‘centrale’, dell’area tra Cividale, Venzone, San Daniele, Codroipo, Palmanova, Cormòns, con al centro Udine –, è piuttosto omogenea e largamente prevalente sulle altre. Sulla base di questa varietà si è formato, a partire dal primo Ottocento, un friulano ‘letterario’ comune. Come è successo in altre regioni italiane ed europee, nell’Ottocento e nel Novecento si assiste ad una fioritura di letteratura ‘locale’, con punte qualitative anche elevate. Fino a tempi recentissimi, il friulano era la marilenghe di almeno i tre quarti della popolazione del Friuli. Nelle aree rurali la percentuale poteva salire anche al 100%; in quelle più urbane, a cominciare da Udine, la borghesia parlava spesso qualche forma di veneto o l’italiano, ritenuti più prestigiosi e utili. La situazione ha cominciato a mutare velocemente con l’estensione dell’obbligo scolastico, l’aumento del livello di istruzione, e soprattutto la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e dell’industria culturale. Si può calcolare che tra il 1978 e il 1999 il friulano si sia perso al ritmo dell’1% all’anno. A difesa della lingua friulana è nata già nel 1919 la Società filologica friulana, cui in tempi più recenti si sono affiancate (anche in vivace competizione) molte altre associazioni e movimenti. Negli anni Settanta queste hanno assunto anche carattere politico, e si sono battute per la tutela legislativa del friulano; ma solo verso la fine degli anni Novanta si è potuto ottenere una legge regionale (n. 15 del 1996) e poi una legge statale (n. 482 del 1999) con queste finalità. È ancora presto per valutare la loro efficacia. Alla base di queste azioni vi sono molteplici motivazioni. Una è che ogni lingua è un valore in sé, in quanto testimonianza di un’esperienza storico-culturale unica e irripetibile. La seconda è che ogni lingua è il fondamento dell’identità di un popolo e che, nel nostro caso, il popolo friulano vuole continuare a vivere con un suo volto. La terza è che i friulani costituiscono una comunità linguistica minore che, insieme alle altre (slovene e tedesche), giustifica la ‘specialità’ dell’autonomia politico-amministrativa accordata a questa regione.

L’identità friulana

La lingua è certamente uno dei fondamenti dell’identità friulana, ma si deve anche ribadire che per secoli il senso di appartenenza al Friuli ha avuto un carattere piuttosto politico-territoriale che linguistico. L’identità collettiva è un fenomeno complesso, multidimensionale. Accanto alla lingua, al territorio, all’organizzazione politica, giocano anche fattori più latamente culturali: costumi, riti, tradizioni, senso della storia e del destino comune, coscienza e volontà. Quali sono gli elementi dell’identità culturale friulana? È ancora vivo, e prevalente in certi ambienti, un ‘idealtipo’ di friulano elaborato nel corso dell’Ottocento, e che ha avuto nell’‘ideologia’ della Società filologica friulana la sua codificazione: il tipo (o stereotipo) del friulano «salt, onest, lavoradôr», essenzialmente modellato sulla figura archetipa del felix agricola, del ‘buon contadino’, con in più un’enfasi sul ruolo di queste terre di bastione della civiltà romana contro il mondo tedesco e slavo che preme dai confini.
Dall’ampia produzione letteraria, ideologica e saggistica sul carattere dei friulani, fiorita in quest’ultimo secolo, ad opera sia dei friulani stessi che di osservatori esterni, sembra di poter inferire un modello a cinque dimensioni. Il popolo friulano si caratterizzerebbe quindi per essere:

  1. un popolo contadino, e quindi attaccato alla terra, vicino alla natura; organizzato in salde strutture familiari e in piccole comunità di paese; laborioso, ma anche dotato di capacità imprenditoriali; tradizionalista e fedele alla parola data;
  2. un popolo cristiano, e quindi credente, inserito nella grande tradizione cattolica, dotato delle virtù della semplicità, dell’umiltà, dell’austerità, della capacità di sopportare con pazienza e fermezza le prove della vita;
  3. un popolo nordico: e quindi forte, grave, lento, taciturno, disciplinato, con senso dell’organizzazione e della collettività, ma con un sottofondo di tristezza esistenziale che trova conforto, oltre che nella laboriosità, anche nel vino, ed espressione nel canto corale;
  4. un popolo di frontiera: collocato in una posizione esposta a rischi, temprato da una lunghissima storia di invasioni, saccheggi e battaglie; ma anche con la possibilità di aprirsi e relazionarsi positivamente con i vicini di altre culture, di mescolarsi con essi, di accoglierli ed esserne accolto;
  5. un popolo migrante: da sempre lo squilibrio tra popolazione e risorse costringe una quota di persone ad allontanarsi dalla patria, per cercare lavoro e sopravvivenza in altri paesi. Nel dolore della partenza si rafforza l’amore, e nei disagi della lontananza si consolida un’immagine idealizzata del proprio paese. Nelle comunità di arrivo si ricreano i fogolârs e si mantengono la lingua e le tradizioni.
Tuttavia è da sottolineare che questo modello riflette, prevalentemente, una realtà storico-sociale abbastanza circoscritta: quella del Friuli grosso modo tra il 1870 e il 1970. Ben poco possiamo dire della realtà più antica, medievale, perchè la documentazione storico-archeologica sulla vita del popolo minuto è scarsissima, quasi inesistente. Le masse contadine sono ‘senza storia’. L’immagine dei friulani che invece ci viene comunicata dalla documentazione storica dell’Evo moderno (secc. XV-XIX) è invece abbastanza diversa da quella tardoottocentesca: il popolo friulano (cioè, in grandissima parte, i contadini) ci viene descritto spesso come riottoso, violento, neghittoso, indisciplinato. È certo l’immagine che ne hanno i padroni e i tutori dell’ordine, tendenti a enfatizzare questi aspetti negativi (lo stereotipo del villain, cioè del ‘cattivo’) più che quelli di segno opposto. Ma vi sono anche molte prove inoppugnabili di questo lato del carattere friulano di qualche secolo fa: storie di liti, banditismo, delitti, tumulti e insurrezioni. Per tutte, basti menzionare la «crudel zobia grassa» del 1511, la più violenta, prolungata ed estesa rivolta contadina dell’Italia rinascimentale. Ovviamente il modello identitario, che possiamo definire tradizionale, riflette ormai assai poco anche il Friuli degli ultimi decenni: un Friuli altamente sviluppato, ricco, secolarizzato e mediatizzato. Un Friuli dove i contadini non esistono più, sostituiti da un 5% di moderni imprenditori agricoli; dove le campagne sono cosparse di insediamenti industriali, e dove la maggioranza degli attivi è impiegata nel terziario, più o meno avanzato; e dove l’emigrazione è solo un lontano ricordo, sostituita dall’immigrazione di gente di ogni colore proveniente da una settantina di paesi di tutto il mondo.

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