Condizione
Sociolinguistica
Gli studi di carattere sociolinguistico rappresentano un utile strumento di misurazione e valutazione della condizione di una lingua in una società. Inoltre, come accade per il friulano, possono fornire importanti informazioni a coloro che si occupano di politica e pianificazione linguistica, offrendo spunti che permettano di tarare al meglio gli interventi sul territorio oggetto di tutela. Dal 1977 ad oggi in Friuli sono stati svolti diversi studi sulla condizione sociolinguistica della lingua friulana, con lo scopo di individuarne il numero dei parlanti, i contesti in cui si parla tale lingua, le opinioni e gli atteggiamenti dei friulanofoni nei confronti della marilenghe.
Possediamo dunque un quadro piuttosto preciso delle dinamiche linguistiche del friulano, delle quali si darà parzialmente conto in questo lavoro. Le prime ricerche in quest’ambito a livello regionale o provinciale furono curate dall’Istituto di sociologia internazionale di Gorizia (ISIG), rispettivamente nel 1977 e nel 1986. Invece, nel 1998, ebbe inizio un’indagine curata dal Dipartimento di Economia, società e territorio dell’Università di Udine con l’obiettivo di rilevare le tendenze evolutive e le dinamiche sociolinguistiche della lingua friulana nei vent’anni successivi alla prima ricerca.
Infine, un ultimo studio è stato concluso più recentemente presso il Centro interdipartimentale di ricerca sulla cultura e la lingua del Friuli (CIRF) dell’Università di Udine: in questo caso, si è inteso proseguire con un nuovo filone di studi, indirizzato a rilevare la frequenza e gli ambiti d’uso del friulano, le opinioni, gli atteggiamenti e le conoscenze di gruppi specifici per età o per altre caratteristiche anagrafiche, sociali e culturali. Nello specifico, tale studio sociolinguistico ha riguardato un campione di adolescenti abitanti in Friuli di età compresa tra i 15 e i 18 anni.
I parametri generalmente adottati da linguisti, sociologi, antropologi, giuristi e studiosi delle minoranze per definire una lingua e distinguerla dai dialetti sono molti, e spesso piuttosto articolati. Se però dovessimo porli tutti su un ideale continuum, potremmo individuarne gli aspetti estremi e porre i rimanenti in posizioni intermedie, a una certa distanza gli uni dagli altri. Ad un estremo si potrebbe dunque porre un’unità di misura ‘soggettiva’, legata alla coscienza di una comunità di parlare una specifica lingua, ovvero la netta percezione nei parlanti stessi di una condizione di ‘particolarità’ e di differenziazione linguistica rispetto alle comunità limitrofe.
In questo caso, la definizione stessa di lingua si risolve nel ristretto ambito dei parlanti, come una condizione endogena o quasi un sistema chiuso che non necessita per funzionare di riconoscimenti da parte dell’esterno. All’estremo opposto potremmo invece collocare un riconoscimento ‘esogeno’, istituzionale ed ufficiale, promosso da elementi che non sono necessariamente coinvolti emotivamente ed in forma diretta nella comunità linguistica.
Si tratta cioè del riconoscimento istituzionale da parte di una legge che dichiari lo status di lingua per la parlata specifica in oggetto. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto – ovvero il riconoscimento giuridico – la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche), individua i parametri e le modalità per la tutela delle dodici minoranze linguistiche storiche presenti in Italia, tra le quali quella friulana.
È questo un provvedimento legislativo di vitale importanza: il riconoscimento ufficiale come ‘lingua’ consente al friulano di fregiarsi di uno status particolare e di aumentare considerevolmente la propria ‘visibilità’ agli occhi della comunità statale ed internazionale. Infatti, se è vero che il friulano aveva già trovato un suo specifico riconoscimento nella legge regionale n. 15 del 1996, è soltanto con questo provvedimento a carattere statale – atteso per più di vent’anni – che si impone all’attenzione dell’Italia e dell’Europa.
Il primo parametro (la coscienza della propria particolarità linguistica) è invece più difficile da rilevare e misurare e presume comunque che la particolarità di una cultura si basi sostanzialmente su una specificità linguistica.
Questa posizione pone però dei problemi molto seri di cui è fondamentale tenere conto: se s’interrompe l’uso di una lingua, si assisterà anche al declino della relativa cultura? Lo stato di salute di un popolo può essere desunto dall’analisi della sua condizione linguistica? È proprio a queste domande che hanno cercato di dare almeno in parte risposta gli studi di carattere sociolinguistico (o più propriamente, di sociologia del linguaggio) sulla lingua friulana che si sono succeduti nell’ultimo trentennio. Il loro merito è stato quello di contribuire ad individuare le caratteristiche specifiche della comunità friulanofona, analizzando le variazioni che si sono manifestate nel corso degli anni e disegnando un quadro piuttosto dettagliato della condizione e dello stato di salute della lingua friulana.
La popolazione friulanofona
I primi, importanti studi sulla condizione sociolinguistica del friulano furono curati dall’Istituto di sociologia internazionale di Gorizia (ISIG) nel 1977 e nel 1986, rispettivamente su incarico della Commissione regionale per le parlate minori e della Provincia di Udine. Nel 1998 ebbe invece inizio una ricerca da parte del Dipartimento di Economia, società e territorio dell’Università di Udine che, mantenendo ferme le caratteristiche specifiche del campione adottato nelle due indagini precedenti, si poneva come obiettivo quello di rilevare le tendenze evolutive e le dinamiche sociolinguistiche della lingua friulana nei vent’anni successivi alla prima ricerca.
I risultati denunciarono immediatamente una situazione di costante ed inesorabile calo dell’uso della lingua friulana, nella percentuale media dell’1,0% annuo. Specifici approfondimenti indicarono i fattori anagrafici e sociali che si dimostravano più ‘sensibili’ e positivamente correlati a questi temi, individuando nel contempo anche le caratteristiche specifiche di quel campione più refrattario o semplicemente distratto nei confronti della tutela e della salvaguardia del friulano.
È evidente che risultati di questo genere hanno il merito di indirizzare o sostenere determinati progetti di tutela, mettendo in luce le situazioni più critiche e suggerendo gli ambiti o i destinatari di specifiche campagne ed attività di promozione linguistica. Finalmente, inoltre, si è potuta ottenere – grazie ad una proiezione su tutta l’area friulanofona – una stima aggiornata ed attendibile sul numero dei parlanti, utile anche come base di partenza per eventuali successivi studi comparativi.
I dati rivelavano dunque che, alla fine degli anni Novanta, nell’area friulanofona parlava regolarmente friulano il 60,0% della popolazione, ovvero – in numeri assoluti – circa 430.000 persone. In tale numero non sono però compresi né i parlanti occasionali, né i friulanofoni residenti in altre aree della regione (come il Monfalconese o Trieste), nel Portogruarese e, soprattutto, nel resto dell’Italia e del mondo. Con la ricerca del 1998-1999 si è chiusa una prima parte di questi studi. La presa di coscienza di quella che è la condizione del friulano e l’individuazione delle sue tendenze generali hanno spinto in seguito i ricercatori ad interessarsi di specifiche aree e di determinati attori sociali, orientandosi verso un’osservazione che, da generica e globale, si è fatta più specifica e dettagliata. Dal primo studio intrapreso, molte condizioni sono cambiate. Anzitutto l’area friulanofona è andata lentamente ridimensionandosi, perdendo linguisticamente alcune zone legate al cosiddetto ‘Friuli storico’. Inoltre, vi è stato lo spostamento da elementi culturali localistici verso aspetti più globali e universali, come ad esempio il passaggio graduale verso un’economia ad alta tecnologia ed innovazione, aperta ai mercati internazionali, della quale il cosiddetto ‘Nord-Est’ è il territorio più rappresentativo in Italia. Infine, gli aspetti legati a fatti storici di grande importanza sociale che avevano rafforzato il senso di identità linguistica friulana (quali l’idea di comunità che aveva contraddistinto il periodo della ricostruzione del post-terremoto 1976), sono andati esaurendosi.
Tendenze evolutive della lingua friulana
Nel 1998-99, nell’area campione considerata ai fini dello studio (che comprendeva, oltre alle città di Udine e Gorizia, 30 comuni delle province di Udine e Pordenone), parlava friulano regolarmente il 57,2% degli intervistati, occasionalmente il 20,3%, capiva ma non parlava tale lingua il 19,9% e non la capiva né la parlava il 2,6%. L’uso costante o occasionale del friulano riguardava dunque più di tre quarti del campione (77,5%) e la conoscenza perlomeno passiva della lingua addirittura il 97,4% degli intervistati. Nell’indagine del 1977-78 non vi era una domanda analoga ma in quella del 1986, nella sola provincia di Udine, risultava una ben maggiore diffusione del friulano: coloro che affermavano di capire e parlare regolarmente tale lingua erano addirittura il 75,0% del campione. È necessario usare prudenza però nella lettura di questi dati, in quanto non è facile distinguere, in questa differenza di 18 punti, gli effetti del tempo (ovvero i tredici anni trascorsi), da quelli dello spazio (la diversa delimitazione dell’area d’indagine). È comunque molto probabile che nella provincia di Udine l’uso del friulano sia più diffuso che nell’intera area friulanofona. La stessa prudenza va usata anche nel leggere i risultati dell’ultimo studio sociolinguistico dell’Università di Udine: si tratta infatti di un’indagine su adolescenti di età compresa tra i 15 e i 18 anni che rappresentano dunque un campione diverso rispetto a quelli adottati nel 1977 e nel 1986, in cui tutti gli intervistati erano maggiorenni. Inoltre, da precedenti studi sappiamo che il fattore età è fortemente correlato all’uso e al legame affettivo con la lingua friulana: è con l’aumentare dell’età che aumenta il gradimento per la stessa. Viceversa, da parte dei più giovani pare esserci minore affetto nei confronti della marilenghe. Tra gli adolescenti, dichiara di parlare regolarmente la lingua friulana il 28,1% del campione, lo fa occasionalmente il 33,2%, capisce ma non la parla un identico 33,2% e non capisce né parla friulano il 5,4% degli adolescenti intervistati. Dunque, i parlanti regolari o occasionali sono il 61,3% e coloro che vantano una conoscenza almeno passiva della lingua il 94,6%, mostrando ancora dei valori molto alti per quanto riguarda almeno la comprensione della lingua.
Un altro indicatore affidabile dell’attaccamento ad una lingua è quella che per praticità è stata definita, nel corso delle diverse indagini, ‘la lingua del cuore’. Si tratta dell’idioma più amato, quello cui si è più legati e a cui si tiene particolarmente ma che non sempre corrisponde alla lingua utilizzata con maggiore frequenza. Nel 1977 il friulano era la ‘lingua del cuore’ per quasi 7 intervistati su 10 (68,9%) dell’intero campione, seguiva l’italiano con il 24,3% delle preferenze e i vari dialetti veneti parlati in regione (compresa la parlata udinese) con il 6,8% delle preferenze. Nel 1986 non ci fu una domanda simile ed il confronto si può ottenere con i dati dell’indagine del 1998-99: in tale occasione il friulano era scelto da poco più di metà campione (51,1%), l’italiano dal 41,3%, il 2,2% non sapeva decidersi tra italiano e friulano e il 5,4% indicava altre lingue. Nessuno, infine, indicava più nel veneto la propria ‘lingua del cuore’. Anche in questo caso si ripete dunque il calo già osservato in relazione ad altri comportamenti indagati, quantificabile in una percentuale di circa il 18%. Questa diminuzione nell’uso del friulano nei vari ambiti e con diversi interlocutori è costantemente posizionato sul 18-20% tra la prima e l’ultima indagine, mettendo dunque in luce un calo medio di circa un punto percentuale all’anno. A puro titolo illustrativo (in quanto, come già anticipato, la comparazione non è consigliabile a causa delle diversità del campione), va ricordato infine che per quasi tre quarti dei giovani adolescenti intervistati nel 2003 (74,5%), la ‘lingua del cuore’ risulta essere quella italiana, mentre per il friulano opta solamente il 23,5% degli intervistati.
Nelle attività di pianificazione dei provvedimenti di tutela e promozione linguistica non si potrà prescindere da un’altra tendenza costante, ovvero l’‘uscita’ del friulano dall’ambito familiare. La marilenghe pare non dipendere più fondamentalmente dall’espressione linguistica adottata dalla famiglia d’origine (o dalla madre, come vorrebbe la stessa genesi del termine) che si apprendeva tradizionalmente tra le mura domestiche e che trovava concreto utilizzo fondamentalmente in tale ambito. La lingua friulana è stata infatti per secoli soprattutto una lingua che si esplicitava nei rapporti informali e quotidiani tra persone legate da vincoli di parentela o conoscenza diretta, quasi sempre di pari status sociale. Dati più recenti ci dimostrano invece che il friulano diventa via via sempre più ‘lingua delle relazioni’, particolarmente adatto per mantenere o addirittura rinforzare i legami nei rapporti comunitari, con amici, colleghi, ecc., distaccandosi dalla definizione tradizionale e obsoleta di lingua propria dei soli legami familiari. Non cade però ancora del tutto lo ‘stigma’ sociale nei confronti delle lingue minoritarie: anche se quella friulana sembra la lingua più adatta per mantenere e coltivare rapporti comunitari, ancora fa fatica a prendere piede la consapevolezza della sua dignità e del suo status di lingua a tutti gli effetti.
Se è pacifico che «al bar, i friulani dovrebbero parlare tra loro in friulano» (nel 1998, 92,7% di accordo), così come tra colleghi e compagni di scuola (63,7%), o nei negozi per gli acquisti (61,8%), non appena i rapporti diventano più formali e gerarchici vi è l’automatismo del passaggio immediato all’italiano. Infatti, anche nel caso ci si trovi in esclusiva presenza di friulani, solo il 43,2% ritiene sia bene parlare in marilenghe coi superiori o con gli insegnanti, e addirittura sono ancor di meno (42,8%) coloro che sostengono l’uso del friulano nell’ambito di incontri su temi a carattere prettamente locale, come riunioni parrocchiali, assemblee di comitati, ecc. Infine, in chiesa – nonostante i lodevoli sforzi della Chiesa friulana in favore della lingua friulana negli ultimi decenni – riteneva corretto usare il friulano soltanto poco più di un terzo (34,8%) degli intervistati. Nel 2003, tra gli adolescenti, il 93,6% è d’accordo con l’uso esclusivo del friulano al bar, il 42,5% con compagni di scuola o colleghi, circa un terzo del campione (33,2%) nei negozi e quasi la stessa percentuale (31,8%) nelle assemblee. In chiesa, l’uso del friulano è auspicato dal 26,5% dei ragazzi e infine, con insegnanti o superiori, soltanto dal 6,4% del campione stesso.
Nonostante questi risultati piuttosto ‘tiepidi’, tra i giovani vi è un buon accordo con l’utilizzo del friulano nei nuovi ambiti previsti dalla legge di tutela n. 482/99. Sul fatto che la lingua friulana possa essere utilizzata anche all’Università, negli uffici, per la modulistica e la segnaletica interna dell’Ateneo, si dice molto d’accordo il 26,8% degli intervistati e abbastanza il 37,9% (tot. accordo 64,7%). Sull’uso della lingua friulana in tutti gli uffici pubblici, si esprime col massimo favore il 30,9% del campione, mentre ad essere parzialmente d’accordo è il 38,1% (tot. accordo 69,0%). Per quanto riguarda invece la possibilità di usare il friulano nelle scuole, si esprime molto favorevolmente il 35,1% dei ragazzi, mentre il 38,1% si dice abbastanza d’accordo (tot. accordo 77,4%). Infine, riguardo al fatto che la RAI debba garantire una parte dell’informazione in lingua friulana, si pronuncia totalmente in accordo il 32,5% del campione e parzialmente il 37,9% (tot. accordo 70,4%). Anche la scelta di utilizzare una lingua piuttosto che un’altra nel corso di un’indagine conoscitiva, può essere una buona indicazione sulle abitudini e le opinioni rispetto all’uso della lingua stessa. È infatti un problema piuttosto sentito quello della presunta inadeguatezza della lingua minoritaria (nello specifico, il friulano) nei rapporti di carattere ufficiale, formale, burocratico o gerarchico. Per questo, la scelta di esprimersi in friulano con intervistatori che rappresentano una realtà istituzionale quale quella universitaria può essere letta come un notevole passo avanti nella presa di coscienza dello status di lingua del friulano e della sua applicazione ai più diversi ambiti ed occasioni sociali. Nel 1977 e nel 1986 non fu possibile optare per una lingua diversa dall’italiano nel corso dell’indagine, ma nel 1998 finalmente venne sperimentato l’utilizzo del friulano su richiesta dell’intervistato. Il risultato fu davvero interessante: un terzo del campione scelse il friulano, nonostante la mancata abitudine a esprimersi in tale lingua in situazioni di ‘ufficialità’ e con interlocutori in qualche modo ‘istituzionali’ (come possono essere visti i ricercatori dell’Università) e, soprattutto, in presenza di una discreta erosione del friulano nei principali centri del territorio interessato. A quella rilevazione sulla lingua preferita per effettuare le interviste (raccolte tra l’altro in un periodo in cui le disposizioni della legge n. 15 del 1996 erano da poco entrate in vigore e addirittura precedentemente alla promulgazione del provvedimento legislativo nazionale di tutela del 1999) fecero seguito altre con lo scopo di valutare il gradimento per la lingua friulana in situazioni non ‘tradizionali’ e di misurare l’impatto sulla popolazione friulanofona degli stimoli e degli investimenti a favore della tutela e della promozione del friulano. A titolo comparativo vale dunque la pena citare uno studio condotto dal CIRF nel corso del 2002: si trattava di un’indagine telefonica su 641 residenti nei 32 comuni già adottati come campione nelle indagini di cui si è parlato precedentemente. L’inchiesta mirava a valutare l’impatto delle attività dell’Osservatorio regionale della lingua e della cultura friulane su un campione della popolazione friulana. Un dato molto rincuorante su una aumentata disponibilità e simpatia nei confronti della marilenghe fu la scelta da parte del 53,5% del campione di adottare il friulano come lingua dell’intervista. Dunque, accanto ad una diminuzione dei parlanti regolari, sembrerebbe esserci però un allargamento degli ambiti e delle situazioni in cui la lingua friulana viene utilizzata.
Si passa da un uso quasi esclusivamente familiare a quello amicale, quindi a quello scolastico, per accedere piano piano a quelle situazioni di ‘ufficialità’ cui è già stato accennato, o a ambiti prettamente didattici e scientifici. Se sono quindi di meno coloro che parlano costantemente friulano, lo fanno però in molte più situazioni e contesti che nel passato. Si può supporre che una forte spinta alla riappropriazione della lingua locale ed alla sua diffusione anche in ambiti molto distanti da quelli tradizionalmente deputati al suo uso sia venuta dall’aumentata percezione dei diritti delle lingue minoritarie, la cui coscienza arriva certamente dalla forte pubblicizzazione delle attività legate alla recente legge nazionale di tutela. Infatti, in quell’occasione si è notato chiaramente un aumento della percentuale di persone venute a conoscenza dell’esistenza di leggi regionali, nazionali o europee in materia di tutela linguistica rispetto ai precedenti studi. Questa maggiore coscienza ed informazione porterebbe alla conclusione che esistono canali efficaci che veicolano queste informazioni e che le stesse vengono percepite maggiormente rispetto al passato.
Friulano e mondo accademico
Un altro ambito in cui pare d’intravedere una certa disponibilità nei confronti delle questioni relative alla tutela e promozione delle lingue minoritarie sembra essere, a sorpresa, quello accademico. Complici forse una politica di rafforzamento ed espansione dei progetti legati allo sviluppo e alla diffusione del friulano (istituzione del Centro interdipartimentale di ricerca sulla cultura e la lingua del Friuli, di borse, assegni di studio e dottorati legati alla lingua friulana, a quella ladina ed in genere al plurilinguismo; costituzione di associazioni prestigiose come la Società scientifica e tecnologica friulana; rapporti di fattiva collaborazione con enti ed istituzioni di tutela del friulano; rilevante produzione scientifica di singoli docenti e ricercatori, ecc.), anche in ambito accademico pare essersi aperto uno spiraglio che ben fa presagire per il futuro del friulano all’interno dell’Ateneo. Nel 2002 furono interpellati i quasi 1.600 dipendenti docenti e non docenti dell’Ateneo friulano e circa 700 risposero all’indagine. L’80,5% di essi si dichiarava favorevole riguardo alla tutela delle minoranze linguistiche storiche e il 64,3% riconosceva la fondamentale importanza delle leggi in tal senso. In occasione di tale studio, il risultato più importante fu l’individuazione di un gruppo di intervistati piuttosto giovani, appartenenti a categorie quali assegnisti, borsisti e dottorandi, che si schieravano in netto favore nei confronti della lingua e della cultura friulana, nonché dei provvedimenti a sostegno e tutela delle stesse.
È un dato questo che, accompagnato all’osservazione diretta del fenomeno negli ultimi anni, deve far riflettere sulla possibilità che in Friuli si stia lentamente sviluppando un gruppo di studiosi, sostenitori e promotori della lingua friulana legati ad ambienti intellettuali quali l’università, enti, istituti o associazioni scientifiche, che si interessa del sostegno e dell’effettivo utilizzo della lingua friulana anche al di fuori degli ambiti classici della letteratura, della poesia, dell’etnologia o antropologia.
Un rilevante esempio in tal senso è l’istituzione della Società scientifica e tecnologica friulana con una propria pubblicazione periodica che ha come scopo la divulgazione di articoli scientifici in lingua friulana ed inglese e i cui contenuti vanno dalla vulcanologia alla meccanica quantistica, dalla neurolinguistica alle strategie di marketing.
Inoltre, anche al di fuori dell’ambito strettamente accademico sono sorti diversi gruppi spontanei o associazioni impegnate sul fronte della tutela e promozione del friulano, come ad esempio il Comitato 482, istituito con la volontà di stimolare i provvedimenti di legge a favore delle lingue tutelate dalla legge statale sulle minoranze linguistiche storiche, o cooperative ed associazioni di carattere privatistico, come quelle che si occupano di servizi linguistici in lingua friulana. Si tratta, oltretutto, di gruppi costituiti spesso da membri giovani, con laurea o almeno titolo di studio superiore, spesso impegnati professionalmente nell’ambito scolastico, della ricerca o dei servizi. In che misura questo fenomeno possa preludere al costituirsi di un nucleo particolarmente motivato e trainante rispetto all’instaurarsi di una forte coscienza linguistica locale (come ad esempio è successo in Catalogna), non è dato sapere. Rispetto a quanto accaduto in altri Paesi, manca una tradizione in tal senso e la problematica è soltanto di recente assurta all’attenzione pubblica in maniera più sistematica e puntuale.
È comunque incoraggiante sapere che esiste un ‘vivaio’ giovanile ed intellettuale dinamico e propositivo nei confronti della lingua friulana, anche se risulta particolarmente difficile dire quali siano i motivi che hanno determinato questa apparente inversione di tendenza. Si può supporre che si tratti del risultato di un generico riaffermarsi di una cultura ‘locale’ e particolare, in contrapposizione alla forte spinta al globalismo ed alla massificazione linguistica e culturale. Vi è però certamente anche uno stimolo ad interessarsi maggiormente alla questione che deriva dalle recenti disposizioni legislative regionali, nazionali ed europee di tutela ed ai conseguenti provvedimenti in ambito scolastico, istituzionale, mediatico, ecc. Così, se è vero che normalmente si giunge alla formulazione di una legge nel momento in cui buona parte della comunità sente un tema come impellente e bisognoso di tutela, è vero anche che è la legge stessa ad influenzare poi la coscienza e le opinioni di una comunità.
Genitori e lingua friulana
La consapevolezza di disporre oggi di un provvedimento statale di tutela spinge molti friulani ad uscire dall’ombra e a rivendicare l’uso ufficializzato ed allargato della propria lingua, sapendo finalmente di poterne vantare il diritto. Lo dimostra la scelta dei tanti genitori friulani di avvalersi della lingua regionale per i propri figli a scuola: ricordando che la consultazione è stata ripetuta due volte per cavilli politici e formali e che dunque la seconda rilevazione ha goduto necessariamente di un’adesione inferiore rispetto alla prima, va rilevato che la disponibilità ad avvalersi della lingua friulana per i propri figli ha, in certi comuni, superato il 70,0% degli interpellati. Per le materne della provincia di Udine, nel corso della rilevazione del febbraio 2002, la scelta del friulano ha toccato il 64,0%, scendendo al 61,0% nelle elementari. Alle medie il gradimento si è attestato al 45,0%, dimostrando comunque ancora un notevole interesse per la marilenghe.
Un risultato così incoraggiante non può essere valutato se non nell’ottica di una nuova e più forte coscienza dei propri diritti linguistici.
Non più dunque una lingua ‘minore’ che entra nelle scuole dalla porta secondaria per trattare temi ‘minori’ e a cui si dedicano attenzioni e cure minime, bensì una nuova condizione di ufficialità e di grande dignità, uno strumento didattico utilissimo e vissuto come opportunità di crescita ulteriore per i propri figli. Però, se è vero – come accennato – che la legge statale di tutela ha rafforzato la coscienza linguistica dei friulani, è altrettanto vero che probabilmente tale coscienza permaneva nei friulani quasi a livello latente, in attesa di sviluppi più proficui per la lingua friulana. Infatti, nel corso delle indagini sociolinguistiche già citate, era stato chiesto agli intervistati se sarebbero stati d’accordo con l’insegnamento nelle scuole ai propri figli della lingua, della storia e delle tradizioni del Friuli. Per quanto riguarda la lingua, i dati sono: 83,6% di favorevoli nel 1977-78, 86,0% nel 1986 e 85,5% nel 1998-99. Per quanto attiene invece all’insegnamento della storia e delle tradizioni del Friuli, il favore è ancor più lampante: il 95,3% nel 1977-78 e il 96,3% nel 1998- 99. Nel commentare i risultati di quest’ultima indagine si evidenziava con estrema prudenza come queste fossero soltanto dichiarazioni di principio, da riprendere in esame nel momento in cui (ed allora pareva ancora assolutamente lontano!) tali opportunità fossero divenute davvero reali nelle scuole friulane. La grande disponibilità è stata invece dimostrata non solo dall’alta percentuale di adesioni ricevute dall’Ufficio scolastico regionale sul favore all’insegnamento del friulano nelle scuole, ma addirittura dagli stessi fruitori di tali lezioni: nell’ultima indagine (quella riferita ai giovani tra i 15 e i 18 anni), i favorevoli all’insegnamento della lingua friulana a scuola erano quasi il 72,0%, mentre avrebbero seguito volentieri insegnamenti sulla storia e le tradizioni locali addirittura tre quarti degli intervistati (74,5%).
Questi dati così eclatanti ribadiscono una posizione più volte notata tra i friulani: pare infatti esista un’idea forte di ‘quello che sarebbe giusto fare’, legata ad una coscienza linguistica ancora decisamente solida e motivante. All’estremo opposto vi è però l’atavica paura, inculcata da secoli di repressione culturale, che la lingua minoritaria sia un limite o addirittura un vero e proprio freno al pieno e ottimale sviluppo linguistico dei ragazzi, che lascerà i suoi strascichi nel tempo, generando negli adulti stessi un’insicurezza nell’espressione ed una limitata padronanza della lingua italiana. Così, se in pratica il friulano è relegato a lingua di determinati, specifici rapporti e spendibile solo in limitati contesti, in teoria è però considerato un grande e prezioso bene, utile per mantenere un saldo riferimento sul territorio. Ne è un esempio il risultato ottenuto nell’indagine del 1998-99: alla richiesta di indicare se fosse preferibile usare il friulano con i figli nel caso entrambi i genitori fossero friulani, si dice d’accordo il 70,2% del campione, anche se in realtà – nella pratica – sono molti di meno quelli che lo fanno davvero. Tra le motivazioni a sostegno di tale favore vi è fondamentalmente la volontà di mantenere viva la lingua ma anche le tradizioni e la cultura friulana, nonché il senso di orgoglio, di appartenenza ed i valori legati a tale cultura. Anche nell’indagine volta a conoscere le abitudini linguistiche dei più giovani è stata posta un’identica domanda e, anche in quel caso, i risultati sono stati molto positivi ed incoraggianti: ben il 67,4% dei ragazzi intervistati si dice favorevole all’insegnamento del friulano ai figli da parte di genitori friulani. Nella maggioranza dei casi, tra le motivazioni addotte, si fa più spesso riferimento alla necessità di salvaguardare una tradizione ed una cultura uniche che si esplicano proprio per mezzo della marilenghe. In realtà parla esclusivamente friulano con i genitori poco più di un ragazzo su 4, confermando ulteriormente il gap esistente tra la situazione linguistica di fatto e quella vista come maggiormente desiderabile. Si può comunque concentrare l’attenzione proprio su questa ‘desiderabilità’ più volte rimarcata: pur tenendo conto che spesso le risposte di un sondaggio mirano all’accondiscendenza ed in qualche modo ad ‘accontentare’ l’intervistatore, non si può non rilevare come in realtà rimanga forte e costante la volontà nei friulani di ogni età (seppur con percentuali diverse) di mantenere saldo il legame con la lingua friulana, vissuta come vincolo col territorio ed elemento identitario imprescindibile. Ci si potrebbe dunque aspettare che il ripetersi costante di una simile posizione sia presupposto ad una riappropriazione graduale della lingua friulana, che potrebbe rientrare negli ambiti tradizionali della famiglia e della cerchia amicale con maggior vigore e consapevolezza rispetto a quanto è accaduto negli ultimi decenni. È presto per dire se quella perdita della lingua friulana in ragione dell’1% annuo si sia arrestata o se dia segni di rallentamento: è anche probabile che servano più tempo ed interventi istituzionali ancor più diffusi e marcati, ma di certo la buona disponibilità ad accettarne l’uso e la sua diffusione anche in ambiti finora impensabili depone a favore di una prospettiva più serena per il futuro della lingua friulana.
In conclusione, possiamo rilevare una buona tenuta per quanto riguarda il legame e la disponibilità di principio nei confronti della lingua friulana, mentre – in mancanza di informazioni più aggiornate sull’intera popolazione friulanofona – il dato sul suo uso rimane legato ai risultati ottenuti nel 1998-99, che denunciavano una perdita annua di circa l’1% nell’uso della marilenghe. Saranno determinanti e vitali i provvedimenti che si sapranno prendere nell’immediato futuro ed il sostegno ufficiale che si vorrà fattivamente garantire al friulano: dall’impegno dimostrato soprattutto dagli ambienti ufficiali ed istituzionali della società friulana a tutela e salvaguardia della lingua regionale, ma soprattutto dalla trasformazione effettiva della stessa in uno strumento di comunicazione a tutti gli effetti ed equiparato nei diritti alle lingue più diffuse, verranno i responsi per il suo futuro. Ci si può aspettare che un buon esempio ‘istituzionale’ spinga i friulani a liberarsi dalla cronica sensazione di inadeguatezza ed inferiorità linguistica nei confronti soprattutto dell’italiano. Offrire delle opportunità adeguate al friulano significa anche dimostrare grande rispetto per i suoi parlanti e per la loro cultura e riconoscerne le peculiarità come diritti inalienabili e fondamentali. Un’ultima considerazione può essere infine formulata riguardo al fatto, già accennato, che per molti italiani ed europei ‘Nord-Est’ significa sviluppo, opportunità lavorative, benessere sociale, apertura al nuovo ed al globale: tutti aspetti che parrebbero per nulla correlati col mantenimento delle peculiarità linguistiche e culturali autoctone, considerate tradizionalmente come appartenenti ad un ambito localistico e limitato. Eppure Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto-Adige e Veneto, le tre regioni che danno vita a quest’area, si caratterizzano per la significativa presenza di minoranze linguistiche sui propri territori. A tal proposito, recenti dati sulle singole minoranze linguistiche presenti in tali regioni indicano circa 850.000 unità, che rappresentano ben quattro lingue di minoranza in territorio italiano (rispettivamente, in ordine di numerosità, friulano, tedesco ed altre varianti germanofone, sloveno e ladino). Perché le lingue si mantengano vive su un territorio è però necessario che sappiano raccontare lo stesso, nelle sue prerogative e peculiarità, adattandosi ad argomenti nuovi e moderni come può essere richiesto soprattutto in una zona di così forte sviluppo quale quella delle tre regioni citate. Anche alla lingua friulana sarà dunque richiesto di adattarsi agli importanti e veloci cambiamenti che la società sta sperimentando e di confrontarsi con temi attuali e fondamentali quali la comunicazione di massa, l’economia globale, le nuove tecnologie, ecc. Tanto maggiore sarà il suo adattamento e la sua capacità di aggiornarsi e raccontare il presente ed il futuro anche in ambiti non tradizionali e quotidiani, tanto più alte saranno le probabilità che questa lingua sopravviva o addirittura si sviluppi, invertendo finalmente il trend negativo che ha purtroppo caratterizzato questi ultimi decenni.