Cinema

Storicamente il cinema friulano nasce agli inizi degli anni Ottanta con Maria Zef di Vittorio Cottafavi, film tratto dal romanzo omonimo di Paola Drigo scritto nel 1936, racconta una storia che Cottafavi da molti anni aveva intenzione di portare sullo schermo. Ambientato in Carnia, Maria Zef mostra la tragedia di una giovane che per difendersi, e soprattutto per difendere la sorella minore dalle grinfie dello zio, con il quale devono dividere la vita in mezzo ai monti, finisce per ucciderlo. Nella realizzazione del film, un ruolo fondamentale lo ha avuto lo scrittore Siro Angeli, interprete magistrale nelle vesti del protagonista, oltre che autore della sceneggiatura.
Il film, dopo essere stato trasmesso più volte dalla RAI regionale, è stato presentato in diversi festival e manifestazioni internazionali. Girato in 16 mm, e poi gonfiato in 35 mm, il film non è oggi in condizioni di essere proiettato. Infatti, le copie rimaste sono decolorate e anche buona parte del sonoro è rovinato. Per non perdere questo patrimonio della nostra cinematografia, un gruppo di realtà culturali – la Cineteca del Friuli di Gemona, il C.E.C. (Centro Espressioni Cinematografiche) di Udine e Cinemazero di Pordenone – da diversi anni perseguono l’idea dal restauro coinvolgendo altre realtà e naturalmente la RAI che ne detiene i diritti. Il progetto prevederebbe anche la distribuzione del film in DVD accompagnato da un libro che verrà curato dal critico Sergio Grmek Germani.


Negli stessi anni di Maria Zef vengono prodotti altri lavori sia amatoriali che professionali, come I varès volût vivi di Pittini o le versioni friulane curate nel 1986, della trilogia Cuitrileture part prime, seconde e tierce (versioni arricchite con nuove riprese introduttive) di Marcello De Stefano, uno dei registi più attenti della nostra realtà, il quale ripropone, attraverso il film-saggio, la questione friulana in tutte le sue sfaccettature.
Prima di allora, i pochi film prodotti in Friuli sono tutti in italiano. Tra questi ricordiamo La sentinella della patria di Chino Ermacora e soprattutto Gli ultimi di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo. Un contributo decisivo alla vitalità della nostra produzione viene sicuramente dalla Mostre dal Cine Furlan, festival biennale, creato nel 1988 dal Centro Espressioni Cinematografiche di Udine con l’obiettivo di stimolare e diffondere il nostro cinema. Grazie a questa manifestazione, negli anni Novanta si assiste a una crescita qualitativa e quantitativa di prodotti: dal lungometraggio a soggetto al documentario, dal film sperimentale all’animazione.
La settima arte sta coinvolgendo un numero crescente di appassionati e di professionisti. Tra questi possiamo citare figure come Lauro Pittini, Lorenzo Bianchini e Massimo Garlatti-Costa per quanto riguarda la fiction; Benedetto Parisi, Giancarlo Zannier per quanto riguarda fiabe e racconti popolari; Dorino Minigutti e Renato Calligaro per i film di carattere didattico e artistico; Remigio Romano, Carlo Della Vedova e ancora Parisi per i documentari.
In conclusione, si può dire che in Friuli si sta sviluppando un’alta professionalità in campo cinematografico, condizionata purtroppo da troppi freni di natura strutturale e organizzativa.

Il cinema di Marcello De Stefano

Marcello De Stefano – autore anche di una sceneggiatura in cui i protagonisti parlano in friulano, scritta negli anni 1954-55, quando ancora frequentava il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma – capisce subito l’importanza della lingua come elemento fondandante l’identità di un popolo e non solo come aspetto puramente espressivo e esteriore. È così che, negli anni che vanno dal 1981 al 1984, gira Grafiz tun orizont sulla figura del beato Luigi Scrosoppi, la prima opera a carattere religioso del nostro cinema. Più tardi, nel 1986 decide di realizzare la versione friulana della trilogia Controlettura – Una linfa che scorre – Uomo, macchina, uomo, che diventerà Cuintrileture part prime, seconde e tierce la sua opera più importante sul senso e sui valori di un’etnia, su ciò che di positivo questa può dare al mondo d’oggi.

Quello di De Stefano è un cinema particolare, un cinema che si colloca a metà strada tra il documentario e il film a soggetto, in quel genere da lui definito “film-saggio”. Un’opera che rappresenta una ricerca estetica di nuovi linguaggi, che non si ferma, sul piano dei contenuti, alla pura documentazione della realtà ma cerca di trasmettere al pubblico una visione originale del mondo e di stimolare la discussione e la riflessione.
In Cuintrileture part prime si vedono tre giovani turiste che visitano il Friuli. Attraverso i monumenti, le opere d’arte e i documenti che le tre protagoniste scoprono, il regista propone una sorta di controlettura della storia e dell’arte del Friuli. Suggerisce cioè un modo nuovo di vedere la realtà, evidenziando la specificità del popolo friulano e della sua lingua.
In part seconde, documenta i lavori di ricostruzione e di ampliamento dell’acquedotto nelle zone terremotate e nelle Valli del Natisone. De Stefano, attraverso quelle immagini mette in rapporto passato e presente, tradizione e tecnologia, e pone in risalto la storia di un popolo che non si arrende di fronte alle disgrazie.
In part tierce il regista passa in rassegna le attività artigianali, il loro rapporto con il mondo contadino e la continuità che queste hanno mantenuto, anche all’interno della società moderna. Una continuità che può rappresentare un valore anche per il Friuli del futuro.
Oltre ai film citati, Marcello De Stefano, dal 1971 ad oggi realizzerà altri 9 lungometraggi.

La Mostre dal Cine Furlan

Il 1998 rappresenta certamente un momento importante per lo sviluppo del nostro cinema, una svolta che darà nuove possibilità alla produzione locale.
Infatti in quell’anno, ideata e organizzata dal CEC di Udine, nasce la Mostre dal Cine Furlan, un festival biennale, competitivo, per film in lingua friulana. Si tratta di uno spazio aperto ai cineasti che hanno così la possibilità di far conoscere i loro lavori e di un appuntamento che vuole essere (e che sarà) un modo per stimolare la nascita e lo sviluppo di una nuova cinematografia.

La prima edizione si presentava come un “esperimento” con l’obiettivo di sondare la disponibilità dei professionisti e degli appassionati di cinema a produrre film in friulano e a valutare la risposta del pubblico. La partecipazione fu subito una sorpresa che lasciava ben sperare per l’avvenire e, edizione dopo edizione, si è potuto assistere a una crescita qualitativa delle opere presentate, dell’interesse del pubblico e dei cinefili. La Mostre diventerà così, piano piano, una fucina di nuovi autori tra i quali possiamo considerare: Lauro Pittini, Benedetto Parisi, Giancarlo Zannier, Dorino Minigutti, Paolo Cantarutti, Massimo Garlatti-Costa, Remigio Romano, Carlo Della Vedova e molti altri.

Nella seconda edizione del festival (1991) vincerà un cortometraggio di Lauro Pittini intitolato I varès volût vivi. Il film, girato in Super8 nel 1981 e poi trasferito su supporto elettronico, narra una storia vera, il dramma di un emigrato, che fa ritorno nel suo paese dopo aver lavorato per anni in miniera. Ormai vecchio e malato di silicosi, il protagonista si interroga sul senso della vita e sul perchè di tanta sofferenza. Il film trae la sua originalità e la sua forza grazie alla capacità del regista di trasmettere la tensione drammatica della storia e soprattutto perchè il personaggio interpreta se stesso e quello che racconta è la vita che lui ha veramente vissuto.
Bisogna segnalare anche un altro film interessante, presentato in quella stessa edizione: Cjossul di Michele De Mattio, un cortometraggio che, attraverso uno straordinario bianco e nero, mescolando fiction, documentario e ricerca formale, tratteggia la storia di un personaggio singolare. Bisogna dire che la sperimentazione inizierà molto presto ad apparire sugli schermi friulani. Infatti, sempre nel 91, si potranno vedere due lavori di pura ricerca stilistica e formale, come Rivoluzion planetarie di Paolo Cantarutti e L’omp di Daniela Toneatto.

Nel 1993 Lauro Pittini esce con il lungometraggio Prime di sere, un film tratto dal romanzo omonimo di Carlo Sgorlon. Girato in Betacam, senza nessun aiuto finanziario particolare, Prime di sere rappresenta la sintesi di tutto il cinema di Pittini: un cinema che si addentra nei personaggi per esplorare le loro psicologie, un cinema che si interroga sui drammi umani e sul senso della vita. Il film racconta la storia di Liseo, un uomo condannato per omicidio che ottiene la libertà per buona condotta dopo anni di prigione. Provato moralmente e socialmente, Liseo cercherà in tutti i modi di reinserirsi nella società. Ma dovrà affrontare i pregiudizi della gente, le difficoltà di trovare un lavoro, la diffidenza e a volte anche la cattiveria degli uomini. Abbandonato dai parenti, Liseo andrà ad abitare in una stanza che una vedova, rimasta sola con il figlio, gli affitterà. Per lui, quella donna e il figlio rappresentano quello che non ha mai avuto: una famiglia e la comprensione. Diversamente dal romanzo, la conclusione del film resta aperta, lasciando la porta socchiusa sulla speranza.

Nato a Schaffhausen in Svizzera nel 1961, Lauro Pittini inizia a 15 anni a girare film in Super8. Nel 1984 collabora per le riprese e per la sceneggiatura alla realizzazione del film Pinsîrs par dôs Istâts di Rino Gubiani (vincitore alla I edizione della Mostre). Oltre ai film citati, nel 1983 realizza Colôrs di vite, nel 1996 firma la co-regia di L’ereditât e nel 1999 gira Pieri Menis, ricuarts di frut (segnalato alla VI edizione della Mostre e visto da centinaia di alunni nelle scuole). I suoi lavori sono stati presentati e hanno avuto riconoscimenti anche in altri paesi d’Europa. Inoltre, ha collaborato con la RAI e ha scritto due lavori premiati al Concors par senegjaturis.

Nel 1994, Benedetto Parisi realizza Dopli funerâl, racconto popolare, dove i disegni di Laura Feruglio accompagnano la voce narrante di una anziana signora di Preone, registrata dall’antropologa Enza Sina. Parisi aveva iniziato a trasporre in film leggende e fiabe fin dal 1988, quando presentò sugli schermi del festival di Udine Cui isal content in chist mont?, un lavoro realizzato con tecnica videografica. Il cortometraggio vinse allora il primo premio. Nel 1991 dirige due film: Une gnot in paradîs in collaborazione con Gianfranco Casula, utilizzando la stessa tecnica, e No è cussiença in chist mont, con attori e maschere originali, e, nel 1992, La grape d’aur in cui utilizza le sagome rielaborate degli attori.
Il suo viaggio nel mondo delle fiabe e delle tradizioni prosegue negli anni seguenti con la realizzazione di La rusignole di Cretelungje (1995) (fiaba ladina tradotta in friulano) e di tre film di animazione - Cua, cua cua tachiti là; Il frut tal sac e Il princip bambin - per la produzione dei quali, nel 2001, collabora con gli studenti dell’IPSIA di Gemona.
Ma Parisi è stimolato anche da un altro interesse: quello per il documentario. L’autore ha anche firmato il film più corto della storia del cinema: Integrazion (1997) che dura solo un minuto.
Giancarlo Zannier nel 1995 dirige Benandants, uno dei pochi lungometraggi del nostro cinema. Per questo film sulla figura degli stregoni buoni che combattevano in sogno le forze del male, Giancarlo Zannier utilizza diversi stili e livelli di lettura: quello realistico per mettere in scena i processi inquisitori secondo i documenti storici e quello fantastico per rappresentare i “viaggi” in spirito che facevano i Benandanti per combattere gli stregoni del male.
Giancarlo Zannier aveva iniziato nel 1988 curando la regia di Il copari de muart, un racconto interpretato da Renata Chiappino, la protagonista di Maria Zef. Altri suoi film saranno Il timp dal venc (segnalato alla Mostre del 1991) e Meni Fari, 40e... Buine!!!, una rilettura in chiave moderna di Meni Fari, girata nel 2001.

La videodidattica e il documentario

È del 1991 il primo esperimento di videodidattica con la produzione, promossa dalla Cattedra delle lingue moderne dell’Università di Udine, di Videoscais, una raccolta di episodi che hanno come protagonisti i membri di una famiglia. Diretto da Giancarlo Velliscig, il video nasce nel quadro di un progetto di educazione bilingue italiano-friulano. Due anni dopo, nella stessa cornice, Renato Calligaro realizzerà Lis striis di Gjermanie, un video tratto dall’omonimo racconto di Caterina Percoto, in cui l’artista mescola in modo creativo i suoi disegni con attori in carne ed ossa; fantasia e realtà. Nel 1995 Dorino Minigutti realizzerà Bielscrivint, storia di una bambina, Miute, che si perde nel “mondo della scrittura” e che per uscirne viene aiutata da una agane (una ondina). Dorino Minigutti è autore di documentari e di film a soggetto, soprattutto riguardanti problematiche di carattere sociale (handicap, dipendenza dalla droga, Aids) e si è anche dedicato alla scrittura di sceneggiature. Nel 1999 realizza Intrics, storia fantastica di stregoni, folletti e bambini, tutti presi da una macchina che produce filastrocche e proverbi, mentre l’orco Mastiefumate fa di tutto per fermarla. Sempre per questo progetto nel 1997 Giuseppe Bevilacqua e Mara Udine avevano realizzato Linea dreta, linias dretas tratto da un racconto del poeta Leonardo Zanier che, in questa “fantasia attorno ad una storiella carnica”, interpreta se stesso.
Se prendiamo in considerazione La sentinella della patria (1927) possiamo dire che il cinema friulano nasce come documentario. E la produzione documentaristica avrà di fatto una parte importante anche in seguito. Nel 1996 Marco Rossitti (docente di storia del cinema) realizzerà Il liutâr (Il liutaio) una specie di omaggio poetico a questa nobile professione ancora viva nella nostra terra. In ogni modo, già nel 1988, Antonio Magliocchetti aveva realizzato Jo o soi stade dome une volte al cine, un film-intervista che vincerà il secondo premio alla Mostre. Carlo Della Vedova e Luca Peresson, nel 1999, esploreranno la realtà della comunità friulana di Colonia Caroya (Argentina) con Farcadice (trasmesso anche dalla televisione ladina) e nello stesso anno Benedetto Parisi – che, nella sua produzione in lingua italiana aveva sondato la realtà Rom e la nuova immigrazione – tratteggia l’umanità di un personaggio fuori dal comune, un artista di strada, Tony Zavatta, in Tony. Lo stesso autore realizza, nel 2001, Gnovis dal Brasîl sulla figura e le scelte di vita di un missionario friulano che vive in una delle zone più povere del Brasile.

Per completezza ricordiamo qui La fontana di Bosplans (1997) di Michele Marcolini e Vuere dome di ricuarts di Gianni Fachin (premiato alla VII edizione della Mostre).
Un discorso a parte meriterebbero i lavori di Remigio Romano che, attraverso l’immagine filmata, ricostruisce un mondo ormai scomparso. In Une zornade a seselâ (1993), riproduce il lavoro nei campi come si svolgeva ancora negli anni 30 e 40 e in Il purcit (1997) ricorda, con le parole di Mauro Corona, il senso e l’importanza che aveva questo animale per una famiglia contadina.

Nel 1997 Massimo Garlatti-Costa realizza Il piligrin, un lavoro a metà strada tra sperimentazione, provocazione e divertimento. Negli anni precedenti, il regista, che ora vive e lavora in Gran Bretagna, aveva realizzato con il gruppo “Slapagnots” (Roberto Copetti, Massimiliano Lancerotto e Fabio Venuti) un film “demenziale” intitolato Tele Frico (1993) e più tardi, due altri lavori di ricerca La sielte (1994) e Precarie Armonie (1995). Ma sarà nel 2001 che Garlatti realizzerà il suo lavoro più finito, un film che otterrà anche uno straordinario successo di pubblico in una sala commerciale, Buris, libars di scugnî vignî. Si tratta di una commedia di 38’ che dipinge un immaginario paese del Friuli dove, per uscire dalla crisi economica, un disoccupato mette in piedi una società di produzione di film porno, che in breve diventerà niente meno che una delle industrie cinematografiche più importanti del mondo.
Con Buris si apre una nuova stagione per il cinema friulano, un cinema che si sente ormai libero di superare una visione meramente localista e capace di rappresentare situazioni e generi più diversi. Ma, come vedremo più avanti, questo salto di qualità non è sempre e del tutto esente da ambiguità.

In questo contesto, nel 1999 Lorenzo Bianchini girerà I dincj de lune, primo horror in friulano. Il film, in uno stile che diventerà il marchio dell’autore, mette assieme aspetti e ambientazioni caratteristici del luogo con elementi costitutivi dell’horror classico. Nel 2001, Bianchini realizza Lidrîs cuadrade di trê, un lungometraggio che vede protagonisti tre studenti di un istituto superiore. I tre, dopo essersi resi conto di aver sbagliato un compito in classe decisivo, per non dover ripetere l’anno un’altra volta, decidono di entrare di notte nella scuola per sostituire i compiti sbagliati prima che il professore li corregga. Ma in quella notte succede qualcosa che i tre giovani non avevano previsto e scoprono cose che non avrebbero dovuto conoscere.
Il film, proiettato più volte, sempre con grande successo di pubblico, è anche stato recensito da una rivista francese.
Bianchini ha da poco finito e presentato un altro suo film, Custodes bestiae, in cui però i dialoghi in friulano occupano solo una piccola parte.

Nel nuovo contesto che abbiamo sopra menzionato si ha, in ogni modo, la sensazione che l’uso della lingua resti spesso legato a una concezione strumentale, cioè che la lingua venga utilizzata più con la preoccupazione di “fedeltà a una realtà particolare” che non come codice di comunicazione, con tutto ciò che questa scelta può comportare. In altri termini si ha l’impressione che l’autore si ponga di fronte a un “oggetto” che “non gli appartiene” ma che “appartiene solo alla realtà che sta illustrando”. Paradossalmente, se da una parte si ha una fioritura di contenuti, se si affrontano i generi, se si scandagliano nuove ambientazioni, dall’altra si lascia la lingua incatenata a una dimensione autoreferenziale, condannata a rimanere un semplice ornamento espressivo, invece di essere veicolo comunicativo.

Gli anni che vanno dal 1999 al 2001 rappresentano un momento abbastanza eccezionale per la nostra produzione cinematografica sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. Infatti, sono di quel periodo film che abbiamo già citato, come Pieri Menis, ricuarts du frut; Farcadice; Tony; Lidrîs cuadrade di trê; Gnovis dal Brasîl; Buris, libars di scugnî vignî. Ma anche lavori come La muart cui çucui di Giorgio Milocco e Andrea Nardon (1999), un film di 22’ che, giocando su un tenebroso bianco e nero, irradia una straordinaria forza espressiva. La storia è quella della prima giornata di lavoro di un giovane. Una fabbrica isolata in mezzo a campi incolti, un ambiente di lavoro malsano, un padrone tirannico fanno da cornice alle disavventure, a una sorta di incubo, che il giovane operaio deve subire. Il film è allo stesso tempo fantastico e simbolico (la vecchia con gli zoccoli che il ragazzo incontra, lo stormo di corvi, una fabbrica che vista dall’esterno sembra una costruzione abbandonata) e nello stesso tempo realistico (il mondo del lavoro con i suoi macchinari, le sue regole e i suoi ritmi infernali).
Nel 2001, il regista Manlio Roseano dirige un film tratto da un romanzo di Sergio Cecotti, Il tierç lion: un poliziesco con all’interno elementi di carattere metafisico, altro esempio di film di genere. Girato in 16 mm, Il tierç lion è però realizzato in lingua italiana e solo in seguito doppiato in friulano e distribuito in quella versione in formato Betacam.

L’ultima edizione della Mostre (2003) premia il lungometraggio di Remigio Romano Âstu mai pensât di sposâti...in Comun? una parodia dei “Promessi sposi” ambientata al giorno d’oggi (che verrà anche trasmessa dalla RAI regionale); segnala Cuatri cjantons par une “francje” di Carlo Damasco (con Giuseppe Battiston; per una storia scritta da Giovanna Zorzenon premiata al Concors par Tescj Cinematografics del 2002); Lûs distudadis di Nicola Fraccalaglio e Thomas Marcuzzi ed infine, per la sezione dedicata ai bambini, il film di Liviana Calabrò La roie di Cussignà.

Per concludere questo percorso, non possiamo non ricordare il film di Christiane Rorato Vuerîrs de gnot, su lis olmis dai Benandants, presentato al d’Essai di Udine alla fine del 2003. Il documentario, partendo dal libro dello storico Carlo Ginzburg, è una ricerca su ciò che oggi è rimasto dei Benandanti, gli “stregoni buoni” che nel 500 furono processati dall’Inquisizione e, più in generale, sulle tradizioni rimaste ancora vive nel Friuli contemporaneo.

Gli ultimi sviluppi: 2004-2012

Dal 2004 si avrà uno sviluppo straordinario del documentario, sia classico che creativo. Oltre al già citato Friûl, viaç te storie di Massimo Garlatti-Costa, Dorino Minigutti, giocando con le immagini di archivio, realizza nel 2004 Nûfcent, viodesclesis dal Friûl, un collage di dieci mini storie, ognuna delle quali rappresenta un decennio del secolo appena trascorso: cronaca ed eventi politici che hanno segnanto, a volte tragicamente, la vita in Friuli. Minigutti, ha raccolto e selezionato le immagini d’archivio più significative e inusuali per innestarvi, attraverso un montaggio singolare, delle riflessioni che facessero riemerge la storia della nostra terra in modo nuovo, mettendo in valore sia i momenti difficili sia quelli comici ed evitando ogni forma di retorica o di nostalgia.
Il film sarà realizzato in due parti, Nûfcent, videosclesis dal Friûl (part I) con i primi cinque episodi che coprono la prima parte del secolo, realizzato nel 2004, e la seconda parte che verrà realizzata nel 2006. Dorino Minigutti, per questo suo lavoro vincerà nel 2007 il premio Mario Quargnolo, premio assegnato dalla Mostre dal Cine Furlan.

Nel 2005 Stiefin Morat e Giorgio Cantoni introdurranno in un documentario che vede protagonista il Tagliamento e quanti vivono sulle sue sponde, una forte dose di sperimentalismo. Titolo del film Mugulis, primo premio alla Mostre dal Cine Furlan 2005. Stefano Morandini, con uno stile decisamente classico, documenta con la sua videocamera una delle tradizioni ancora molto forti in Carnia, ma che era presente in tutto il Friuli almeno fino agli anni ‘50, l’uso cioè delle raganelle e dei batacchi di legno (al posto delle campane) nei giorni della Passione. Titolo: Crasulas a Enemonç, menzione speciale e premio “Mario Quargnolo” in quello stesso anno.
L’altra grande saga documentaristica è rappresentata dalla serie Farcadice di Carlo Della Vedova e Luca Peresson. Iniziata nel 1999 con Farcadice – Diari di viaç, Colonia Caroya, Argjentine quella che diventerà un progetto seriale con lo scopo di documentare le varie fasi dell’emigrazione friulana nel mondo, propone nel 2006 il secondo volet della serie, Farcadice, diari di viaç: Charleroi, Belgjiche, relativo ad uno degli episodi più drammatici della nostra emigrazione, quello che vide i friulani lasciare la loro terra per andare a lavorare e, troppo spesso a perdere la vita o ammalarsi di silicosi, nelle miniere del Belgio.
Ma il 2006 vede anche altri documentari di qualità come Sul troi par Lucau di Lauro Pittini che mette in immagini una delle tradizioni più significative della Carnia, quella di un pellegrinaggio che accanto al valore sacrale ha sempre avuto il ruolo di mettere in stretta relazione due popoli confinanti, quello friulano e quello carinziano.
Altri documentari usciti in quell’anno particolarmente proficuo L’amôr une volte di Michele Federico, Storiis in cuatri lenghis di Erica Barbiani, Sergio Beltrame e Elena Vera Tomasin (premi Quargnolo 2007), Furlans di Romania di Gianni Fachin e La Fradaie dai Teracîrs e Mosaicicj Furlans inte Americhe dal Nord di Irene Rubini. Quest’ultimo lavoro, che apre uno spiraglio sull’incredibile e plurisecolare storia, sul talento e sulle opere dei mosaicisti e terrazzieri friulani nel mondo, troverà unn seguito due anni dopo con La lungje strade dai teracîrse mosaiciscj furlans in Europe della stessa regista.

Nel 2007 sarà la volta di Farcadice, diari di viaç, Umkomaas, Sud Afriche, del terzo volet di Farcadice con un’incursione nella fortunata diaspora friulana nel Sud Africa che si completerà subito dopo con il quarto episodio che ci porta con un salto spazio-temporale notevole nella comunità friulana di Toronto con Farcadice, diari di viaç, Toronto, Canada. Dorino Minigutti, da parte sua, ritorna con un documentario sportivo Il balon tal cjâf una serie di 8 interviste ad altrettanti atleti e un inaspettato Fernando Birri, celebre protagonista del cinema mondiale, che con il corto poetico, plurilingue, Elegia friulana ha voluto ricordare le sue origini.

Infine ma non ultimo Rumore bianco di Alberto Fasulo, inno al Tagliamento, alle terre che lambisce e agli uomini e donne che li ci vivono. Fasulo, originario di San Vito al Tagliamento, è un autore (oggi anche produttore) che ha al suo attivo una carriera cinematografico di tutto rispetto. Prima di affrontare la regia con Cos’È che cambia ?, un documentario in omaggio alla sua cittadina di origine, Fasulo aveva collaborato con vari registi come assistente, aiuto operatore, operatore, fonico di presa diretta. Ora sta producendo un secondo documentario in friulano intotolato Babel blu (che ha come tema la bandiera friulana) diretto da Renato Rinaldi.
Da ricordare anche il bel documentario di Fredo Valla e Nereo Zeper Cjavelârs e pelassíers sui raccoglietori di capelli che dalle vallate occitane (famoso per questo il paese di Elva) attraversavano tutta la pianura padana arrivando fino in Friuli. Fredo Valla, documentarista occitano autore, tra le altre cose del soggetto e sceneggiatura del film E il vento fa il suo giro / E l'aura fai son vir diretto da Giorgio Diritti (2007), è da anni in stretto rapporto con il Friuli presentando i suoi film in varie edizioni della Mostre dal Cine Furlan e un anno facendo anche parte della giuria.
Il 2012 è l’anno di realizzazione del film Visins di cjase diretto dai gemonesi Marco Londero e Giulio Venier. Il film è tratto da una sceneggiatura di Renzo Brollo, segnalata al Concors par Tescj Cinematografics.

La prima sitcom in lingua friulana viene realizzata e messe in onda dalla RAI (sede regionale per il Friuli – Venezia Giulia) nel 2008: titolo Autogrill. Si tratta di sei puntate realizzate da Claudia Brugnetta.
La prima serie televisiva in friulano, ma non ancora andata in onda, si intitola Felici ma Furlans ed è ideata e diretta da Alessandro Di Pauli e Tommaso Pecile. I primi mini-episodi sono stati realizzati nel 2012.

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